Thursday, January 22, 2015

Amore 2.0




Il 16 gennaio scorso sono stato invitato al Don Calabria di Verona per tenere una relazione sull'Amore 2.0. Condivido in questo post la traccia che ho seguito nel mio intervento che ho articolato in tre momenti:
1) la definizione/spiegazione del costrutto 2.0;
2) una sintetica fenomenologia dell'amore in relazione a questo costrutto;
3) alcune riflessioni conclusive di taglio soprattutto educativo.

1. Il costrutto 2.0

Il termine viene introdotto nel 2005 da Tim O'Reilly che lo definisce icasticamente così: "la piattaforma è il Web". Cosa vuol dire? Due cose:
a) un cambio di paradigma nel modo di pensare l'informatica (dalla centralità del software, alla centralità del cloud);
b) per estensione, una nuova release, un salto in avanti nell'evoluzione di soluzione
Se si parte da qui, allora parlare di "Amore 2.0" significa:
a) pensare a come la Rete, nelle sue forme, modifichi il fenomeno;
b) pensare a una release diversa, a un fenomeno in qualche modo nuovo.
La domanda che questa preliminare riflessione ci lancia è, dunque: cosa diventa l'amore al tempo di internet? Si trasforma? E come?

2. Amore 2.0: una fenomenologia

Per rispondere a questa domanda, in questa parte del mio intervento prendo spunto da un saggio di Paul Ricoeur (Sessualità: la meraviglia, l'erranza, l'enigma), comparso originariamente nel 1960 sulla rivista "Esprit" e ora tradotto in italiano (P. Ricoeur, Il paradosso dell'educatore, la Scuola, Brescia 2014).
La tesi di Ricoeur è che oggi stiamo assistendo in materia di sessualità a una dialettica tra tenerezza ed erotismo. Per tenerezza Ricoeur intende "il rapporto con l'altro (che) vince sull'erotismo". nell'erotismo, invece, "la cultura egoista del piacere vince sullo scambio del dono" (Ricoeur, cit., p. 102).
Le forme dell'erotismo sono sostanzialmente tre: le descriviamo sinteticamente declinando l'idea di Ricoeur sul nostro tema.

1) La caduta nell'insignificanza. Qui gli aspetti da mettere in evidenza sono due: a) "il sessuale diviene vicino, disponibile" (e qui, in relazione alla disponibilità dei media digitali e della Rete, si può pensare a come questa abolizione della distanza venga garantita dall'iper-realtà della pornografia on line, in cui consta la sua oscenità, per dirla con Baudrillard); b) "la sessualità diviene pubblica" (anche da questo punto di vista, la disponibilità dei media digitali e sociali, è funzionale al fenomeno, nella misura in cui contribuiscono a ridefinire i confini tra spazio pubblico e spazio privato).

2) L'uso della sessualità per compensazione e rivincita. Ricoeur mette in relazione questo fenomeno con due grandi delusioni del mondo moderno: il lavoro e la politica. Anche qui vi sono due aspetti da mettere in evidenza: a) la relazione tra erotismo e "delusione del senso"; b) il ritiro nel privato. Pensiamo, in questa direzione, a come la percezione di essere connessi possa far diminuire il bisogno di relazione sociale; o ancora si può fare riferimento alla "cultura del rimorchio", da intendersi come esito vittoria della paura di rendersi vulnerabili sul desiderio di dar vita a relazioni stabili; infine, si presti attenzione a come, in Skype o in Facetime, per guardare l'altro si debba fissare la telecamera (e non la sua immagine sullo schermo).

3) La ricerca di un sessuale immaginario. Assume diverse forme:
- l'erotismo quantitativo (la compulsione tipica della dipendenza);
- l'erotismo raffinato (che esita nella perversione);
- l'erotismo cerebrale (ad es. quello che si manifesta nel voyeurismo).
Qui è ancora una volta la pornografia a venire in primo piano; insieme a essa, la possibilità di vivere avventure on  line.

3. Riflessioni conclusive

In chiusura provo ad annodare tre rapide riflessioni.
In primo luogo, a margine delle tre forme dell'erotismo cui abbiamo fatto cenno, è possibile ricondurle ad altrettanti fenomeni con cui, di sicuro, l'amore 2.0 fa i conti:
- l'oggettivazione (del corpo, dell'altro, come nel sexting);
- l'isolamento (la "trappola di Narciso" di cui parla Katie Davis);
- la virtualizzazione (il riduzionismo tecnico e l'ansia da prestazione).
Una seconda riflessione è possibile fare in relazione all'uso che dei media digitali e sociali è possibile fare a supporto della tenerezza. Qualche esempio può essere d'aiuto:
- il linguaggio dei social (fidanzato ufficialmente con, sposato con);
- la possibilità di alimentare la complicità e di mantenere l'intimità (come capita con l'uso del SMS);
- la possibilità del contatto, la dimensione fàtica della comunicazione on line, "massaggi" e "carezze" digitali.
L'ultima riflessione la lascio a Ricoeur: "L'amore, così come la nostra cultura l'ha modellato, avanza tra due abissi: quello del desiderio errante e quello di una volontà ipocrita di costanza - caricatura rigorista della fedeltà. Felice e raro resta l'incontro, nella fedeltà vivente tra Eros insofferente di ogni regola e l'istituzione che l'uomo non riesce a mantenere senza sacrificio" (Ricoeur, cit., p. 110).


Sunday, May 11, 2014

L'allenatore del dissenso


Giovedì scorso, all'Università di Padova, Luciano Galliani ha tenuto la sua lectio magistralis in uscita verso la pensione o, come si dice - con un termine bruttissimo - nel linguaggio accademico, verso la quiescenza. Ero presente, certo, come presidente della SIREM (che lui ha contribuito a fondare e di cui è stato il primo Presidente), ma soprattutto come amico, come persona riconoscente per quello che in tanti anni ha rappresentato per me.

1. Avevo conosciuto Luciano esattamente venti anni fa, maggio 1994. Cesare Scurati mi aveva chiesto di sostituirlo a Mestre, in un seminario di formazione degli insegnanti organizzato proprio da Luciano. Arrivai a Mestre molto ben preparato: Galliani era per me già un riferimento. Conoscevo il suo L'educazione ai linguaggi audiovisivi (1988) ed ero un lettore interessato dei "Quaderni di comunicazione audiovisiva", una delle tante riviste che nella sua lunga carriera Luciano ha fondato e diretto. Andò bene. Cesare, che pure era avaro di complimenti, mi chiamò qualche giorno dopo per dirmi che Galliani lo aveva ringraziato: "Non mi hai mandato uno che stringe i bulloni..." (alludendo al fatto che non avevo ridotto la questione della tecnologia in classe a un fatto di tecnicalità). Cominciava così un rapporto di stima e di collaborazione che avrebbe segnato la mia carriera successiva. Luciano ne è stato - credo di poterlo dire senza paura - senza dubbio il principale fautore.

2. Scrive George Steiner ne La lezione dei maestri, il libro che raccoglie il testo delle sue Norton Lectures tenute nell'a.a. 2001-2002 ad Harvard: "Il vero insegnamento può essere un'impresa terribilmente pericolosa. Il maestro vivente prende nelle sue mani quello che è la parte più intima dei suoi studenti, la materia fragile e incendiaria delle loro possibilità (...). Insegnare senza grave apprensione, senza un'inquieta riverenza per i rischi connessi, è frivolezza (...). Insegnare con grandezza significa suscitare dubbi nell'allievo, allenare al dissenso. E' preparare il discepolo al distacco (...). Un maestro di valore, infine, dovrebbe essere solo". Ho rassicurato subito Luciano Galliani: il fatto che si fosse in tanti a recargli omaggio non lo doveva preoccupare, sulla sua grandezza non abbiamo dubbi. E, almeno per quanto mi riguarda, posso dire che in tanti anni che ci conosciamo, lui abbia allenato molto bene il dissenso, nel senso di Steiner, e cioè nel senso della libertà intellettuale e del confronto di idee. Non sono stato suo allievo, ma di sicuro per me lui è stato un maestro.

3. Nella sua lectio, Luciano ha voluto ricostruire quella che ha chiamato la sua "bio-bibliografia". Una storia di ricerca e di passione iniziata a metà degli anni '60, con Giuseppe Flores D'Arcais, cresciuta inizialmente attorno alla televisione e all'audiovisivo e poi allargatasi ai temi della comunicazione didattica, delle tecnologie educative, della valutazione, della formazione professionale, della didattica universitaria. Quel che colpisce in questa avventura intellettuale non è tanto il numero delle pubblicazioni, la vastità degli interessi, o la capacità generativa di un docente universitario vulcanico, dotato di uno straordinario intuito. No. Quel che colpisce è la capacità di giocare la partita contemporaneamente nell'università e nel mercato, nella ricerca e nell'impresa, facendo della professione un compito politico. E' questa credo la cifra vera di quel che l'uscita dal ruolo di Luciano Galliani lascia in eredità ai giovani ricercatori: un esempio di professionalità, un modo di fare il professore. Con tutti i suoi difetti certo. Con Laura Messina e Paolo Frignani ci siamo detti più volte che Luciano ha più volte messo a dura prova proprio chi come noi gli è sempre stato particolarmente vicino: allenatore del dissenso, anche in questo...


Monday, December 2, 2013

Il Pelourinho: i santi, gli uomini e Dio


1. Sono di rientro dalla UFBA, la Universidade Federal de Bahia, dove ho appena incontrato docenti e studenti del Dipartimento di Educazione e dove il mio amico Nelson Pretto, uno dei leader della pedagogia brasiliana, mi ha intervistato per la web TV del suo gruppo di ricerca. Nelson ha frugato tra le pieghe della mia formazione e ha scoperto cose - nel Web - che forse neppure io ricordavo. Nell'intervista ritorno così alla mia scuola elementare, alle lezioni del maestro Giberti, cineamatore, all'educazione all'immagine durante la scuola media, alle cineletture "somministrate" da Gigino Di Libero. No, non potevo fare altro che occuparmi di comunicazione educativa: certi incontri ti segnano, ti orientano, decidono molto di quello che sarai "da grande". E Nelson, che si era preparato a puntino per l'intervista, ha avuto la capacità di riaccompagnarmi attraverso quei ricordi. Gli sono grato, come quando qualcuno scopre per te qualcosa che pensavi di aver perso chissà dove.

2. La mattina era trascorsa tra il Pelourinho e il Mercado Modèlo. Chiunque sia stato a Bahia ha di certo preso l'ascensore che dal porto sale alla città vecchia. Poi, uscito sulla Piazza della Prefettura, ha preso a sinistra Rua da Misericordia incominciando a perdersi tra gli intonaci colorati delle case açoriane. Si arriva voltando a destra al Terreiro de Jesus: di lì o si scende verso la casa museo di Jorge Amado, sulla piazza del pelourinho, e si arriva a Nossa Senhora do Carmo dos pretos, o si prende a destra e si arriva alla meravigliosa Chiesa di San Francesco. Ci muoviamo sospesi tra l'ansia che ci hanno trasmesso con racconti di assalti e furti e il fascino del luogo. Il cielo è di un azzurro intensissimo, tagliato da pennellate di nuvole bianchissime. Man mano ci si addentra nella città vecchia, la tensione perde quota e la bellezza meravigliosa del luogo prende il sopravvento. Sembra di vedere Vadinho, il primo marito di Dona Flor, correre su e giù dalle ruas. Dalla finestra della casa museo il busto di Jorge Amado ti sorride.

3. Noosa senhora do Carmo è la chiesa degli schiavi. Al tempo della dominazione portoghese questa era una delle poche chiese della città che potesse essere frequentata dalla popolazione nera. E ancora oggi mantiene questo privilegio, curata da una confraternita in cui possono entrare solo persone di colore. Tutti i martedì pomeriggio, alle 18.30, la messa è celebrata con i tamburi e i canti della cultura africana. Cattolicesimo e Candomblé confinano, uno si inserisce nell'altro. Gli orishà, le divinità della religione animista che gli schiavi portarono con sé dall'Africa, venivano nascosti dentro le statue dei santi per non incorrere nelle punizioni dei portoghesi: ancora oggi ogni santo ha il proprio corrispondente in un orishà. Dentro la Chiesa un membro della confraternita ci spiega tutto l'orgoglio delle sue radici africane e ci mostra il cimitero degli schiavi dietro la chiesa. Oltre il muro una favela incombe. In questa città incredibile tutto si mischia, si contamina, diventa qualcos'altro a ogni angolo di strada.

4. Davanti alla chiesa incontriamo Ivan Carlos. E' un ambulante "autorizzato". Ci regala una manciata di fettucce di Nossa Senhora de Bonfim: legarsele al polso serve a ottenere l'intercessione dei santi, di tutti i santi cui la Bahia di Salvador è intitolata. La simpatia, la gentilezza, la dignità di Ivan Carlos ci conquista. Gli compro una collana fatta di sementi. Lui le vende: le fanno i meninos de rua che un'associazione riesce a tenere lontani dalla strada e dalla colla da sniffare proprio grazie a questo lavoro. Lo ascolto incantato raccontare i personaggi di Jorge Amado: ti sembra di veder materializzarsi da un momento all'altro Gabriela, Dona Flor o Teresa Batista. Ci spiega che quello che ha imparato glielo hanno insegnato all'Università: la Prefettura ha organizzato un corso per gli ambulanti; storia locale, comunicazione, marketing. Ivan Carlos ci dice orgoglioso che lui certo deve vendere, ma che si sente un portavoce della città. Mi regala una corona del rosario. Alla madonna del rosario riconosce la sua devozione tutta la comunità nera. Ivan Carlos mi garantisce di averla benedetta lui: "Colòca no carro! Fique con Deus!". Ficar in portoghese vuole dire tante cose, principalmente "stare". Ecco: credo che augurare a qualcuno di rimanere con Dio sia uno dei più bei saluti che si possano immaginare. "Fique com Deus vocé também, Ivan Carlos!". "Sempre!". Allontanandomi mi dico che questo è il Brasile. Sono commosso e l'ansia sottile della salita ha lasciato ormai il posto a un benessere pacificato. Prendiamo un coco verde all'angolo di una strada. La donna che ce lo vende aspetta a chiederci i soldi: vuole sapere se è abbastanza freddo. Povertà e gentilezza.

5. San Francesco è una delle chiese più belle di tutto il Brasile. Trionfo del Barocco portoghese, il suo interno intagliato nel legno è coperto da 900 chili di oro. Il chiostro contiene la più grande e incredibile collezione di azulejos di tutto il Brasile. Pensi che questa era la Chiesa dei Francescani, pensi cosa c'entri la povertà del Santo di Assisi con questo sfarzo incredibile. Pensi ancora che questa chiesa meravigliosa fu di fatto edificata con le donazioni "pro remedio animae" di tanti signorotti che si erano arricchiti con il commercio degli schiavi. Ma oggi, per una strana eterogenesi dei fini, la chiesa è lì a raccontare la storia del Pelourinho. Nera la nostra guida, nero l'ambulante che vende corone del rosario all'uscita, neri gli operai che stanno lavorando al restauro della chiesa, neri i commessi all'entrata e all'uscita. E' come se la città si fosse riappropriata della chiesa. E l'anima di questa città, non c'è dubbio, è africana.

6. Scendiamo verso il Mercado. Entriamo e vinciamo la tentazione di perderci tra i banchi degli artigiani che espongono le loro merci. Si sale al secondo piano. "Maria & Sao Pedro" ci aspetta. Sediamo in veranda. Una Brahma ghiacciata ci aiuta ad avere ragione del caldo. Ordiniamo vatapà, feijao fradinho, carne sol. Tutto è servito con abbondante farofa, anche di zafferano.  Davanti a noi la Bahia, i colori della primavera di Salvador, il rumore animato della vita che pulsa. Ficamos com Deus.


Saturday, August 10, 2013

Semiotica della GMG


Giovedì scorso sarei dovuto intervenire nella trasmissione di TV 2000 dedicata agli effetti delle GMG. Non potendo presentarmi in studio ho registrato una ventina di minuti di intervista che poi non è stata montata e quindi non è stata utilizzata per la trasmissione. Il tema dell'intervista era la "semiotica della GMG", ovvero la possibilità di leggere l'evento dal punto di vista comunicativo in ragione di comprenderne meglio i meccanismi e gli impatti sulle persone. Riporto di seguito una sintesi di quanto avevo risposto alla giornalista.

1. Media Event
Comunicativamente parlando la GMG è un media event. Di questa categoria di eventi (studiati da Dayan e Katz in un libro - Le grandi cerimonie dei media - divenuto un classico) condivide i tre aspetti qualificanti:
- sintatticamente: la GMG rompe la quotidianità del palinsesto televisivo e anche di quello sociale delle persone. Viene vissuta come tempo forte, in decisa discontinuità con le nostre occupazioni ordinarie;
- semanticamente: questa rottura serve a sovradeterminare di significato quel che viene comunicato. L'attenzione di chi partecipa (sul posto come a casa) viene richiamata e mantenuta in virtù di qualcosa che tutto concorre a sancire come eccezionale;
- pragmaticamente: i media event, come tutti i fenomeni rituali,  implicano la trasformazione di chi vi partecipa. Non si vive un'esperienza simile senza tornarne trasformati. La trasformazione dei partecipanti, dunque, è l'intento dichiarato di chi pastoralmente e comunicativamente allestisce l'evento.
Quest'ultimo, a ben vedere, è anche il vero problema che la coscienza del credente si pone: partecipare cambia veramente tutto? Si torna realmente trasformati? E' tutto solo emozione del momento forte che viene vissuto e poi tutto torna come prima o qualcosa di diverso di registra? [Sulla questione si può vedere la bella riflessione di Enzo Bianchi sulla Stampa del 28 luglio scorso].

2. Una situazione religiosa
Il linguaggio e le forme comunicative della GMG assomigliano moltissimo a quelli dei grandi raduni giovanili, come i concerti rock. Anche il funzionamento è lo stesso e si costruisce sul fatto che il tempo dell'evento è un tempo sospeso che, da una parte, comporta la rottura con il tempo ordinario, dall'altra chiede a evento finito il rientro nel tempo ordinario stesso. Questa sequenza di uscita-partecipazione-rientro è tipica dei riti di passaggio: in essi si abbandona il proprio stato, per rimanere durante il rito in una fase di soglia (limen), e poi riaggregarsi al corpo sociale alla fine del rito. Il funzionamento della GMG e degli altri raduni giovanili, da questo punto di vista, è analogo, con una differenza. Come Victor Turner ha fatto notare, eventi rituali "forti" come quelli religiosi hanno una struttura "liminale"; eventi rituali in senso più debole (come il carnevale o altre manifestazioni sociali o spettacolari) hanno invece una struttura "liminoide". Il suffisso "oid" dice di una somiglianza ma anche di una differenza. Ecco: potremmo dire che la GMG è liminale, gli altri raduni giovanili liminoidi.

3. Le aspettative dei giovani
I giovani partiti per Rio (come, in fondo, quelli che come me negli anni '70 raggiungevano Taizé per partecipare ai riti della Settimana Santa presieduti da Roger Schutz) secondo me avevano, hanno due aspettative principali. La prima è un'aspettativa di comunione orizzontale: fare relazione con gli altri giovani, stare insieme, vivere un'esperienza comunitaria. La seconda è un'aspettativa di comunione verticale: l'incontro con gli altri e l'incontro con il Papa vengono vissuti come via per l'incontro con Dio. L'andare oltre la propria dimensione individuale, il trascendersi in direzione dell'altro (orizzontale) e/o dell'Altro (verticale), è esattamente il senso che l'antropologia riconosce alla parola "religione". I giovani di Rio sono stati lì per fare un'esperienza religiosa.

4. Le GMG: una lettura diacronica
Nella storia comunicativa delle GMG ci sono almeno due cesure. La prima risale alla GMG di Denver, 1993. Fu la prima, per così dire, a copertura televisiva integrale. La seconda va rintracciata nella GMG di Madrid 2011, la prima in cui il Social Network abbia affiancato (e forse comunicativamente superato) i media tradizionali main stream. Ma al di là di questi aspetti è indubbio che le GMG siano vissute dei periodi storici che tenevano sullo sfondo e anche dello stile comunicativo dei tre papi che a esse hanno dato vita.
Dayan e Katz distinguono, tra i media event, le conquiste dalle incoronazioni (le competizioni, in questo contesto, ci interessano meno). Per intenderci: la diretta del primo allunaggio fu un evento di conquista; la diretta della proclamazione del nuovo Papa da Piazza San Pietro un'incoronazione.
Ora, all'origine, la GMG, nata nel 1985 da un'intuizione di Papa Woitila, ha le caratteristiche di una conquista: va letta come uno degli strumenti di cui Giovanni Paolo II dispone per vivere il suo pontificato "itinerante", per portare il messaggio della Chiesa in contesti scelti di volta in volta con precise intenzioni simboliche (e politiche).
Con l'avanzare della malattia, fino a Toronto 2002, la GMG si trasforma progressivamente in un evento di incoronazione: l'incoronazione di un Papa divenuto icona, l'ostensione del suo corpo sofferente, la proclamazione della sua disponibilità al martirio. Un senso, questo dell'incoronazione, che si conserva anche durante il pontificato di Benedetto XVI, il Papa teologo che probabilmente non aveva nelle sue corde la stessa dimestichezza del predecessore con le drammaturgie oceaniche.
Con Papa Francesco la percezione è di avere assistito di nuovo a una GMG di conquista. Conquista dei giovani, conquista degli scettici, conquista dei laici, dei non credenti, dei credenti che forse sono diventati meno credenti di chi non crede. Una conquista che passa attraverso la credibilità di una Chiesa povera e missionaria, umana e accogliente. E che si esprime attraverso l'abbraccio sorridente di un Papa sudamericano che ha però l'andatura e la salda concretezza dei contadini delle Langhe.

Sunday, May 19, 2013

Il cervello matematico


Venerdì e sabato scorsi sono stato ospite del Festival dell'Innovazione sostenibile di Forlì. L'invito è stato motivato dal mio libro Neurodidattica, nel quale lo scorso anno avevo raccolto il risultato delle mie letture e della mia ricerca in relazione al rapporto tra i processi didattici e di apprendimento e il contributo delle neuroscienze cognitive. Infatti la sezione del Festival nella quale sono stato chiamato a portare il mio contributo discuteva del rapporto tra apprendimento della matematica e neuroscienze.

1. Non mi sono occupato mai di didattica della matematica. Ma spesso ho usato la matematica per fare un esempio agli insegnanti in formazione di cosa significhi insegnare qualcosa in maniera decontestualizzata. O meglio. Sono le loro domande che mi hanno preceduto, subito dopo che magari avevo spiegato che un apprendimento per essere efficace e significativo dev'essere contestualizzato, non astratto: "Ma come si può rinunciare all'astrazione in matematica?". A questa domanda, qualcuno nel seminario forlivese, pare aver dato risposta a conferma, sostenendo che l'apprendimento della matematica è per forza innaturale: in fondo dell'astrazione non si potrebbe fare a meno! Eppure Enriques, la Castelnuovo, dei grandi matematici (e didatti della matematica) sembrano essere di avviso contrario. E le neuroscienze danno loro ragione. La nostra conoscenza è situata, muove sempre dal corpo, anche quando è astratta. Contestualizzare gli apprendimenti non significa necessariamente proiettarli su uno scenario real life: basta collocarli in situazione. La palla torna agli insegnanti di matematica!

2. Il "cervello matematico" non esiste. Nel senso che l'unica capacità matematica innata che abbiamo si riduce a un grappolo di neuroni localizzati nel solco intraparietale. Quei neuroni sono responsabili di quello che si chiama in termine tecnico "senso del numero". Esso consiste nella capacità che il bambino dimostra fin da piccolissimo (e che come specie condividiamo con altre specie) di distinguere piccoli numeri: l'1 dal 3, il 3 dal 5. Non è ancora un contare: è semplicemente capire che 1 è meno di 3. Evolutivamente  è molto probabile che questa capacità si sia fissata per ragioni di sopravvivenza: se loro sono 3 e io sono 1 meglio scappare; 3 mele sono meglio di 1 se sono affamato.

3. I neuroni che si trovano nel solco intraparietale non sono gli unici a essere coinvolti nel calcolo e nel ragionamento matematico. Nel cosiddetto "modello del codice triplo" i neuroscienziati (come Stanislas Dehaene) dimostrano che insieme a quei neuroni se ne attivano di altri due tipi: quelli che presiedono al linguaggio verbale (nell'area di Broca, emisfero sinistro), quelli che popolano le aree delle visione in zona occipitale. Questo significa che la matematica (e il suo apprendimento) non è solo questione di "neuroni del numero" (sempre quelli del solco intraparietale che durante la vita vengono "riciclati", "insegnando" loro a svolgere nuovi compiti), ma anche di visione e di linguaggio. Se non si riescono a "vedere" le figure geometriche, o le soluzioni, è difficile sviluppare attitudine per la matematica. Lo stesso vale per il linguaggio: è dimostrato che molto di quel che non si capisce quando si fa matematica riguarda la comprensione linguistica. Insomma nelle relazioni tra questi tre "codici" (numerico, visivo, linguistico) si celano i misteri dell'apprendimento matematico. Chi ha "il pallino" dei numeri, in fondo, lo deve in qualche modo anche alla sua capacità di gestire i codici linguistico e visivo.



4. Il bambino dagli 0 ai 10 anni, quando lavora sulle grandezze matematiche, lo fa impegnando la zona frontale e prefrontale del cervello. Questo significa che l'attenzione, la concentrazione, la riflessione giocano un ruolo fondamentale. Poi, man mano si cresce, si apprendono routines di soluzione, si memorizzano informazioni, e allora buona parte dell'attività di problem solving si sposta in zona parietale posteriore. In questo modo si lasciano liberi i lobi frontali di fare il lavoro di maggiore qualità. Cosa suggerisce questo, in termini didattici? Almeno un paio di cose. Anzitutto che il ruolo della memoria (ad esempio, le tabelline) è fondamentale, così come l'apprendimento di regole di soluzione, piccole routines. In secondo luogo che il ruolo dell'insegnante è fondamentale, forse ancor più che nel caso delle altre discipline.

Saturday, May 4, 2013

I limiti del visibile


Questa mattina si è concluso il secondo di due week end dedicati alla media education nell'ambito del corso di alta formazione che in Università Cattolica, insieme agli amici di Contorno Viola, stiamo conducendo sul tema della Peer & Media Education. Tra i vari temi che sono stati messi in discussione uno è tornato più volte: quello dei limiti del visibile. Mi spiego meglio. Mella giornata di venerdì, con i partecipanti (e, tra i formatori, con l'aiuto di Michele Marangi e Simona Ferrari) abbiamo lavorato sull'analisi di Facebook. Nello specifico abbiamo provato a far funzionare un doppio livello di analisi: il primo livello, semiotico, ci ha fatto riflettere sul profilo del Soggetto Enunciatore e sulla costruzione del Lettore Modello per comprendere i meccanismi di costruzione identitaria all'opera e le strategie di comunicazione attivate con gli "amici" che visitano il profilo; il secondo livello, conversazionale, ci ha portato a ragionare sul contenuto dei post, la loro frequenza, le conversazioni, i commenti, i tags, le condivisioni. A margine di questo lavoro, la domanda che da più corsisti è emersa era relativa al diritto dell'operatore di "entrare" nel privato delle persone attraverso l'analisi dei profili, anche se questo "lavoro" in fondo pare giustificarsi sulla base dell'intervento educativo stesso. Ho provato a rispondere delineando una sintetica storia del modo in cui i media, dall'avvento del cinema in poi, hanno articolato il visibile.

1. La categoria del visibile è sorliniana. Il visibile è quel che si vede quando si guarda un'immagine. Pierre Sorlin, in quel libro straordinario che è Sociologia del cinema, studiando il cinema del neorealismo, nota che nelle immagini di Rossellini, di Zavattini, di De Sica, quel che forse è più interessante non è tanto quello che il regista vuole farci vedere, quanto piuttosto quello che vediamo sullo sfondo delle vicende: ovvero l'Italia del secondo dopoguerra. Marc Ferro, storico delle Annales, lavorando sulla cinematografia sovietica degli anni Venti estende il concetto di visibilità a quel che nell'immagine non si vede. In buona sostanza: il visibile è quel che l'immagine mette in quadro e, allo stesso tempo, è il modo in cui consente allo sguardo dello spettatore di articolarsi. Notando che sempre al vedere corrispondono un sapere e un credere.

2. Il cinema classico, da Meliès agli anni '50, come faceva osservare Francesco Casetti nelle sue lezioni quando ero un giovane studente di filosofia interessato al cinema, costruisce lo sguardo dello spettatore in base alla massima: "Si vede quel che si vede!". Il vedere del cinema classico è un vedere certo, sicuro; mette in forma un sapere altrettanto sicuro, oggettivo; non c'è motivo di non credere che le cose stiano così come ci vengono fatte vedere. Quel tipo di sguardo, con il cinema moderno, viene corretto. Nel cinema moderno (il cinema degli anni '60, di Godard e Truffaut, di Bergman) "si vede come si vede": cioè il cinema "smonta" il suo proprio dispositivo, svelando il set, mostrando i microfoni in scena, facendo guardare in macchina gli attori. Il vedere del cinema moderno è un vedere problematizzante, critico; esso predispone un sapere di secondo livello, decostruttivo; il credere viene smontato, indebolito, sostituito dall'esercizio metodico del dubbio.

3. Il cinema postmoderno e la neotelevisione cambiano ancora le cose. In questo caso vale sempre più che "si vede quel che si vuole vedere". Il visibile si riduce al frammento che può essere isolato dal flusso entro cui è inserito, ricontestualizzato (come nella citazione postmoderna o nel blob), rimontato all'infinito in un gioco di continue risignificazioni. Il sapere che viene predisposto è un sapere locale: quel che so, lo so relativamente a quello che vedo e solo nel momento in cui lo vedo. Chiunque può fare altrettanto senza margini per una comparabilità, per una valutazione che in qualche modo consenta una generalizzazione. Il credere è labile, si consegna alla volontà e all'intenzione, si legittima autonomamente.

4. Quale tipo di sguardo predispongono internet e il social network? Qual è il visibile di Facebook? Giocando sui termini, mi verrebbe da dire che in Facebook "si vede quel che ci viene fatto vedere". In qualche modo questo significa tornare a recuperare lo sguardo del cinema classico, ma con una differenza sostanziale. Quello sguardo portava iscritto un progetto autoriale forte, eticamente consapevole. Nel cinema classico, come Bazin faceva notare, i due tabù della rappresentazione (l'amore e la morte) non vengono mai trasgrediti: si vede quel che si vede, ma nei limiti che al visibile impone il Soggetto Enunciatore. Nell'infosfera, nel social network, al visibile non vengono imposti limiti. Il problema passa al lettore, all'utente: è alla sua responsabilità che sta di ridefinire eticamente quei limiti che il visibile di suo non possiede più. Ecco perché più volte mi è capitato di ribadire che oggi la vera frontiera della media education non è quella del senso critico, ma della responsabilità. Dalla provincia ideologica si deve passare senza esitazioni alla provincia etica.

Friday, April 26, 2013

Semplessità e didattica


Nei giorni 23 e 24 aprile, insieme a Serena Triacca e Simona Ferrari del CREMIT e ai colleghi Sibilio e Rossi con i loro gruppi di ricerca, sono stato ospite di Alain Berthoz al Collège de France. Berthoz è un fisiologo. Il suo libro più famoso (e la ragione per cui tutti noi eravamo a Parigi in questi giorni) si intitola Semplessità. L'idea della semplessità proviene dallo studio del mondo biologico e si riferisce alle strategie attraverso le quali le specie viventi si adattano alla complessità circostante. L'ipotesi di lavoro, a Parigi, era di trovare dei punti di contatto tra la semplessità e la didattica, declinare didatticamente la semplessità.

1. Il lavoro di Berthoz, insieme alle letture in materia di neuroscienze degli ultimi anni, alla mia ricerca sul microlearning, ai tanti incontri di formazione con dirigenti e insegnanti sui neoapprendimenti e i media digitali, mi hanno suggerito una nuova metodologia di approccio al lavoro didattico che ho battezzato EAS: Episodi di Apprendimento Situato. Nei giorni scorsi La Scuola di Brescia ha pubblicato il libro che è il risultato provvisorio di questa ricerca (Fare didattica con gli EAS. Episodi di Apprendimento Situato). Già all'ultima edizione di "Teniamoci per mouse", l'appuntamento annuale degli insegnanti Mac users ne avevo sintetizzato la sostanza (cliccare qui per visualizzare le tre parti dell'intervento: parte 1, parte 2, parte 3).

2. Il metodo di lavoro che ci si è dati è stato quello del brain storming a partire da delle proposte di ricerca presentate dai partecipanti. Come lo ha definito Berthoz, "une confusion productive". Uno dei temi su cui la discussione ha ruotato è l'uso dei videogiochi nella formazione e nella didattica. Serge Tisseron, psichiatra da anni attento al rapporto tra media ed educazione, ha osservato come il videogioco si possa intendere come mondo semplesso, in cui le affordances coinvolgono anche il mondo interiore del giocatore. Di qui il suo possibile uso in chiave terapeutica e come strumento di educazione alla salute. In modo particolare quel che secondo Tisseron è interessante sono l'intenzione di azione e l'offerta di senso da parte degli oggetti del mondo virtuale. Ciascuno si costruisce la sua storia quando videogioca e finisce per assumere tre punti di vista: auto (soggettiva), etero (controcampo) e allocentrato (oggettiva irreale). Quando si guarda qualcuno giocare a un videogioco a un certo punto chi gioca finisce per usare il proprio avatar come un robot esponendolo al pericolo, ma in altri si preoccupa molto della sua salute. Insomma: empatia, simpatia, apprendimento sono legati.

3. La presentazione dell'Atelier d'espaces della Facoltà di Architettura dell'Università di Lovanio ha offerto lo spunto ai partecipanti per riflettere su alcuni concetti chiave come: corpo, situazione didattica, teatro. In fondo quello che gli amici di Lovanio propongono ai loro studenti è un EAS nelle sue tre parto costitutive: quella preparatoria, in cui il carico è sull'insegnante che deve immaginare la situazione didattica e costruire strumenti per accompagnarci lo studente; quella operatoria, consistente in un lavoro di produzione; quella riflessiva, in cui l'insegnante torna su quanto emerso insieme all'aula favorendone la comprensione metacognitiva. Sulla progettazione dell'EAS si è lavorato in modo particolarmente intenso, anche grazie al contributo di Didier Bottineau, linguista del CNRS.

L'appuntamento è per l'autunno, quando Berthoz dovrebbe essere in Italia e in un seminario ulteriore vi sarà la possibilità di riprendere e approfondire quanto messo a fuoco nella intensa due-giorni parigina.