Sunday, March 1, 2015

Vino nuovo, otri vecchi?


1. Nel 1993, Gianfranco Bettetini e Fausto Colombo curano un libro il cui titolo - Le nuove tecnologie della comunicazione - a distanza di vent'anni andrebbe aggiornato. Si parlava, in quel libro, di memorie ottiche, di satelliti a trasmissione diretta, del computer. Nel frattempo si sono diffusi il Web e i cellulari, gli smartphone e i tablet, il cloud e il social network. Insomma: un altro mondo. Quel che però, in quel libro, era interessante (e rimane valido) è il criterio di classificazione in base al quale i due studiosi organizzavano le nuove tecnologie in tecnologie di rappresentazione, di comunicazione, di conoscenza. In buona sostanza, ciascuna delle tre categorie metteva in forma una funzione-base: costruire immagini, allestire mondi (rappresentare); produrre messaggi, dialogare (comunicare); archiviare e organizzare le informazioni, gestirle efficacemente (conoscere).

2. La prima stagione di Internet, quella che proprio lungo gli anni '90 del secolo scorso conosce la sua affermazione, era costruita sostanzialmente attorno a tre tipi di applicativo (e di esperienza): i siti Web, le IRC, i Newsgroup.  Il sito Web (il mio primo sito Web risale al 1994, era in Geocities di Yahoo, precisamente in Atene) serviva per rappresentare e rappresentarsi. Nei Newsgroups si chiedevano informazioni, si costruiva conoscenza, si organizzavano gruppi e comunità attorno agli interessi e ai bisogni delle persone. Infine, nelle IRC (Internet Relay Chat), si comunicava; una comunicazione spesso consegnata al divertimento del fake, della simulazione.

3. Oggi, da un certo punto di vista, il discorso regge ancora. In che senso? Nel senso che i tre verbi continuano a funzionare. Pensiamo a Facebook e alla deriva dei suoi usi sociali che lo stanno rendendo un ambiente sempre più generalista, sempre più "vetrina": spazio di rappresentazione (di sé, del Sé, di un gruppo o di un'istituzione) più diffuso, Facebook soppianta il sito, più istituzionale, più ufficiale. Pensiamo a WhatsApp e a come esso serva a raccogliere microgruppi di affinità che in esso si aggiornano, si tengono in contatto, si scambiano informazioni, pianificano eventi, gestiscono appuntamenti, soddisfano un bisogno di contatto. Ma anche ad Ask.fm, il cui carattere anonimo riproduce (anche se con segno ben diverso) le situazioni basate sul fake di IRC. Infine ragioniamo su Dropbox, su Drive, sui mille applicativi che servono a gestire la nostra conoscenza. Non c'è dubbio, la classificazione tiene.

4. Questa sintetica riflessione mi consente due ordini di considerazioni, emerse in chiusura di una bella giornata di lavoro con operatori della prevenzione sulla Cyberstupidity.
La prima. Un conto è parlare di strumenti, altro di logiche. Il 2.0 identifica sicuramente degli strumenti (Facebook, Twitter, ecc.), ma soprattutto delle logiche di comunicazione (orizzontale, dal basso, informale, interattiva, ecc.). Occorre non confondere. Altrimenti mi convinco che aprire un profilo in Facebook consenta al mio servizio di essere 2.0. Il classico vino nuovo in otri vecchie.
Seconda considerazione. Gli adulti, in particolare educatori, insegnanti, operatori della prevenzione, si sentono angosciati dall'incapacità di essere aggiornati in tempo reale sugli applicativi del momento. Come si fa? Ne escono sempre di nuovi? Non si fa in tempo a conoscerne uno che è già superato... Qui ragionare su ciò che è costante aiuta. Conoscere, comunicare, rappresentare: la continuità nella differenza. Questo è quello che pesa in favore dell'adulto: la capacità di ragionare sulle invarianti. Occorre partire da qui per provare ad accorciare il gap con le giovani generazioni.
Il mio gruppo di ricerca al CREMIT e gli amici di Contorno Viola hanno provato a farlo pensando a una metodologia di prevenzione basata sulla Peer Education e sulla Media Education: la Peer&Media Education. Abbiamo consegnato le nostre riflessioni a un libro, Il tunnel e il kayak. Il nostro laboratorio rimane un cantiere aperto.

Monday, February 23, 2015

Schuai Schuai


1. 17 febbraio. In partenza da Malpensa sembra di essere in un suk. Gente che si muove avanti e indietro, bambini che corrono e saltano sui sedili. Le hostess della Egypt Air sembrano abituate. Una signora piange disperata. Capiamo dopo un po’ che non le hanno dato il posto di fianco al marito. Sorridiamo. Mentre tutti si sistemano vedo intorno a me donne che nel velo sembrano imprigionate, perdono ogni femminilità; altre in compenso proprio grazie al velo sono bellissime. Al Cairo il transito è laborioso. Cominciamo a fare i conti con le misure di sicurezza. Una giovane giordana è spazientita. Ci si rivolge in inglese, poi capisce che siamo italiani: “Ho avuto un marito italiano” – ci dice. Non osiamo chiedere oltre. Ad Amman ci aspetta Uahil, il nostro uomo in Giordania. Scambiamo due parole presentandoci. Poi, andando alla macchina, chiedo dell’ISIS, della situazione del Paese. Lui sorride: “Gente che ha giocato troppo con i videogiochi, hanno perso il senso della realtà”. Lungo l’autostrada che porta ad Amman c’è molta polizia. Chiedo se è normale: “Qui siamo molto sicuri”. Arriviamo in albergo. L’accesso alla rampa della hall è bloccato da dei dissuasori. Arriva il guardiano con un metal detector: ispeziona l’auto. Un altro metal detector all’ingresso scannerizza noi e le nostre valigie. “Questo lo dobbiamo a Bin Laden e all’ISIS”, dice Uahil sorridendo, “ma dopo un po’ ti ci abitui”. E infatti nei giorni successivi ci faremo l’abitudine anche noi. Salgo in camera e penso a cosa sarebbe il Medio Oriente se lo si potesse attraversare in libertà.


2. 18 febbraio. La cittadella di Amman è il luogo della città dove meglio si leggono le stratificazioni urbanistiche e di cultura che hanno caratterizzato la storia del Paese. Sulla stessa collina, su insediamenti neolitici si sono sovrapposte la città romana (di cui ancora oggi si apprezzano resti delle colonne e il perimetro del Tempio di Ercole), quella bizantina e quella Ommaiade. Dalla cittadella la vista spazia dai quartieri palestinesi – case basse, tutte bianche, cresciute l’una sull’altra a occupare ogni spazio libero – ai grattacieli che stanno ridisegnando la skyline della città moderna. Usciti dalla cittadella, Uahil contratta con un taxista sul prezzo della corsa: “Dodici!”, “Dieci!”, “Otto!”, “Cinque!”, “Mashi”, “Mashi”. Ci tuffiamo nel traffico congestionato. Tappa nel mall vicino al nostro albergo. Le stesse firme dei nostri centri commerciali: di strada siamo anche passati davanti all’IKEA. La globalizzazione. Si prende un caffè. Ho il torto di provare a pagare: il cassiere rimane imbarazzato e non prende i miei soldi. Uahil mi spiega che noi siamo ospiti e che se provo a pagare lo discredito. Gli chiedo scusa. Ci sediamo e il discorso cade spontaneamente sulla regina Rania. Ci accorgiamo che in Giordania non gode della stessa stima di cui gode a livello internazionale. È palestinese. E i Giordani si ricordano ancora la guerra che qui si combattè dal settembre nero del 1970 fino al luglio del 1971. Uahil ci racconta di aver perso un cugino, ucciso in strada dai palestinesi a diciotto anni. Qui in Giordania, tra palestinesi ed ebrei non hanno dubbi: meglio i secondi. E capisco che veramente il groviglio del Medio Oriente è difficilmente districabile, che noi occidentali non facciamo distinzioni: sono tutti islamici e tutti arabi, per noi. E invece occorrerebbe capire. “Noi e gli ebrei siamo figli dello stesso padre, ma abbiamo due madri diverse”, chiosa Uahil alludendo alla comune genealogia da Abramo. Rientriamo in albergo.

3.  Lunch presso la residenza del nostro Ambasciatore insieme ai partner giordani con cui stiamo per avviare una ricerca nelle scuole giordane su rappresentazione e usi dei media digitali, sia da parte degli insegnanti che da parte degli studenti. L’ipotesi è di associare al meeting in cui socializzeremo i dati (in autunno) un seminario di studi sulle tecnologie didattiche tra esperti giordani e italiani. Il nostro Ambasciatore è squisito: ottimo ospite, grande conversatore. Veniamo avvisati che domani nevicherà e che Amman sarà paralizzata. Ci consigliano di anticipare la visita a una delle scuole della ricerca per partire subito alla volta di Petra. Curioso. Di solito si associano all’immagine del Medio Oriente il caldo e il sole: e invece – come mi è già successo in Libano – si può rimanere sotto una fitta nevicata. Speriamo bene.


4. Cena in un ristorante tipico, fuori dei circuiti turistici. Scegli il tuo pesce, lo tolgono dalla vasca, lo cucinano sulla brace, poi lo servono in tavola in un piatto da portata che sta al centro del tavolo. Insieme arrivano pane pita appena sfornato, insalata, salsa, grandi limoni e arance tagliati a pezzi. Con le mani, aiutandosi con il pane, tutti mangiano il pesce dallo stesso piatto. Un tè molto forte a fine pasto segna il congedo da quello che oltre che un incontro con sapori straordinari è stato un bellissimo momento di convivialità. Ci spostiamo nel retrobottega. Ci accoglie un ambiente pieno di gente: la vasca dei pesci, la brace in fondo, il forno del pane. Tutti parlano, alcuni lavorano, clienti si scelgono i loro pesci. In un angolo il proprietario del locale ci invita ad assaggiare una crema a base di semola cosparsa di cannella. Ospitalità, sorrisi, grande umanità. Usciamo. Tira un vento gelido. Fatti pochi passi ci imbattiamo in una friggitoria. I felafel – polpette a base di farina di ceci - escono caldi e asciutti dall’olio bollente. Un signore che ne ha comprati ce li offre. Siamo sazi ma non resistiamo. Ne prendiamo una scatola. Ci avviamo all’albergo mentre li finiamo.


5. 19 febbraio. In viaggio da Amman a Petra usciamo dalla Desert Highway per arrivare fino a Im Ar Rassas, sito che è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il tempo necessario per ammirare il pavimento a mosaico della chiesa bizantina: semplicemente meraviglioso. Archi di pietra e il perimetro delle case affiorano qua e là nell’area dell’antica città fortificata a pianta rettangolare. Un luogo di grande fascino e bellezza. Ripartiamo per Petra dove arriviamo giusto il tempo per mangiare la tradizionale Macluba: un letto di riso e patate speziati con pollo. In serata si attende la neve. Incontriamo in albergo il dirigente della scuola che dovevamo visitare e che è rimasta chiusa per ordinanza ministeriale. La visiteremo domenica mattina. Poi Uahil ci accompagna alla Piccola Petra: il sito più antico dell’insediamento Nabateo che ha dato origine alla città. Paesaggio lunare e il miracolo dei palazzi di pietra rosa che escono dalla roccia. Siamo immersi in un silenzio surreale. Si può ascoltare il rumore del vento: ti viene quasi da trattenere il respiro. "Questa è Terra Santa" ci ricorda Uahil. Tre beduini sorseggiano un tè. “Salam”.




6. 20 febbraio. Dopo una notte passata al gelo ci svegliamo sotto una fitta nevicata. Si decide di visitare comunque Petra. Usciamo in una vera e propria tormenta. Solo imboccato il Sich (il taglio), ovvero il sentiero che tra le rocce, nello Wahdi, conduce all'antica città, capitale dei Nabatei, il vento cala e ci viene data la possibilità di gustare la miracolosa particolarità del luogo. Lungo le pareti di pietra rosa due canali scavati nella roccia, uno per le acque chiare l’altro per quelle di scolo, suggeriscono il livello cui questa popolazione era giunta nelle sue conoscenze ingegneristiche. All’improvviso, il sentiero si apre e lascia ammirare in tutta la sua bellezza il Tesoro, l’edificio più famoso dell’area archeologica, così chiamato perché si pensava contenesse i tesori dei Nabatei. Le colonne, i capitelli, il fregio del timpano scavati e cesellati nella roccia sono realmente una meraviglia da togliere il fiato. I testi dicono che i Nabatei erano di cultura aramaica e che, venuti a contatto con i Greci e i Romani, ne appresero la sapienza architettonica. Ma non è sufficiente a spiegare un simile miracolo. Purtroppo non si può procedere oltre: l’area archeologica è limitata alla visita a causa del tempo. Si temono frane e formazione di torrenti d'acqua. Al di là di questo l'area archeologica è talmente vasta che andare a recuperare i turisti in difficoltà sarebbe realmente troppo complicato. Ripercorso il sich entriamo in una sepoltura sul lato del sentiero. Da dentro il paesaggio che si gode è incredibile. Rientriamo in albergo.



7. 21 febbraio. Piove. Torniamo in auto verso l’ingresso della Piccola Petra. L’acqua scende in piccoli torrenti portandosi dietro sabbia e pietre. Uahil ci spiega che al di là delle alture che stiamo attraversando si scende verso la Palestina. Ci fermiamo. Uahil chiama due piccoli beduini che giocano fuori da una grande tenda. Chiede se possiamo prendere qualcosa di caldo da loro. Ci dicono di seguirli. Fuori della tenda gli adulti ci danno il benvenuto. Entriamo da una piccola imboccatura tenuta sollevata per consentire il passaggio. Dentro, la tenda è molto povera. Si stanno scaldando al fuoco. Odore acre di fumo dappertutto. Notiamo che non piove. Il merito è delle pelli di capra di cui è fatta la tenda: bagnate, le fibre si addensano e le rendono impermeabili; asciutte, d’estate, si dilatano per far circolare l’aria. Saranno su per giù una ventina: i nonni, i figli e i loro nipoti. I bambini sono bellissimi: ci scrutano perché certo dobbiamo sembrare loro molto strani nei nostri vestiti. Ci offrono del tè beduino: denso, molto dolce. Lo avevo già preso da un cammelliere nel deserto del Sinai, anni addietro. Ci accucciamo davanti al fuoco godendo di questa ospitalità semplice. Si ascolta il rumore della pioggia ipnotizzati dal fuoco. Li salutiamo e torniamo alla macchina. Se ti abitui a questi ritmi, a questi rituali, agli odori e ai sapori, la vita di questi popoli non può che affascinarti. Come ti affascina la loro gentilezza, i silenzi che li abitano, gli sguardi intensi e i sorrisi che rivelano una saggezza antica. 



8. 22 febbraio. Il sole, finalmente. Esco e faccio quattro passi prima di colazione. Kalhil ci aspetta per farci visitare la sua scuola. Nel sistema di istruzione giordano ci sono sei anni di primaria, quattro di secondaria di primo grado e due di secondaria di secondo grado. La scuola di Kalhil è una secondaria. Ci aspetta insieme a due dei suoi figli. Entriamo. L’edificio è spazioso, così come le aule. Ma quel che sorprende è l’incredibile stato degli arredi e la totale mancanza di strumentazione se si eccettuano i laboratori informatici e l’aula con la LIM. Tutto molto vecchio. Commuove l’orgoglio di Kahlil nel mostrare il poco che ha: vuole che mi sieda al suo posto, in direzione, mi scatta una fotografia. Ci guardiamo stupiti e ci chiediamo che scuola ci abbia descritto in Ambasciata la nostra partner nella ricerca. Ci lasciamo con la promessa di fare qualcosa per loro. Saliamo ancora una volta verso la Piccola Petra. Alì, uno dei piccoli beduini che ci hanno ospitato il giorno prima nella loro tenda, ci guida lungo il sich. Al fondo una scala ricavata nella roccia sale fino a un belvedere naturale dove Aid vende i suoi prodotti di artigianato. Si contratta. Soddisfatti scendiamo verso l’auto dove Uahil ci aspetta. Torniamo verso Madaba, dove pernotteremo, passando per la strada che scende alla Wahdi Araba e immette  nella valle del Giordano. La strada è chiusa perché per lunghi tratti è priva di asfalto e difficilmente transitabile. La percorriamo comunque e ne vale davvero la pena. Nella traversata dai 1600 metri fino al livello del mare, si aprono paesaggi incredibili, che cambiano a ogni tornante. Il cielo blu cobalto contrasta con il colore della roccia che varia dal bruno, al rosso, all’ocra, al verde. Un miracolo della natura, uno spettacolo da togliere il fiato. Di strada solo qualche beduino, capre e cammelli inerpicati alla ricerca di qualche arbusto. Entrati nella Wahdi Araba il deserto a perdita d’occhio è punteggiato di tende beduine e di improvvise chiazze di verde. Poi, man mano che si scende verso il Mar Morto, compaiono le coltivazioni: pomodori, soprattutto, che i bambini e le donne vendono ai lati della camionabile che sale da Aqaba. Giunti al Mar Morto troviamo il tempo per immergerci nelle sue acque tiepide e salatissime, poi via verso Madaba. A cena Uahil ci racconta che da bambino imparò a leggere e a scrivere tardi, in quinta classe. Il merito fu di sua sorella che passò un’intera estate a insegnarglielo. La sua maestra non lo riteneva intelligente e lo picchiava. Siamo commossi. Rientrati in albergo gli regaliamo la medaglia dell’Università Cattolica che di solito diamo come ricordo ai nostri laureati specialistici. Glielo spiego e gli dico che non tutti gli insegnanti sono cattivi: adesso è lui a essere commosso.





9. 23 febbraio. Schuai schuai in arabo significa "Piano, piano!". Te lo dicono sorridendo. Non è solo un invito alla calma, a prendersela con comodo. E' un'esortazione ad assaporare la vita in tutti i suoi momenti. Me ne ricordo mentre in volo verso Milano scorro mentalmente la mia agenda della settimana: lezioni, corsi di formazione, conferenze, scadenze. Mi torna alla mente una poesia di Nazim Hikmet. Le lascio spazio...

Il più bello dei mari
è quello che non abbiamo navigato.
Il più bello dei nostri figli
ancora non è cresciuto.
I più belli dei nostri giorni 
ancora non li abbiamo vissuti.
E quello 
che di più bello vorrei dirti
ancora non te l'ho detto.

Monday, February 2, 2015

Le parole ritrovate



Le parole ritrovate è il titolo di un libro che l'editrice La Scuola ha pubblicato di recente. Curato da Mario Bertini - un amico della famiglia Terzani, conosciuto tramite la comune frequentazione dell'opera di Madre Teresa a Calcutta - il libro contiene il testo di quattro conferenze inedite che Tiziano Terzani tenne a Firenze dopo l'11 settembre. In quelle conferenze, il grande giornalista incontra la politica (nel salone dei '500), i ragazzi nelle scuole e la gente (in piazza Santo Spirito). Il tema è la pace.
Ieri sera il libro è stato presentato a Brescia, alla presenza del figlio di Terzani, Folco. Poco prima della presentazione mi confessava che ormai non accetta più di parlare in pubblico del padre. Si è ritirato all'Orsigna, nella casa di famiglia che è stata il teatro dell'ultimo libro-intervista con il padre, La fine è il mio inizio. Raccolgo di seguito alcuni stralci della sua testimonianza.

Nulla di più lontano da mio padre di un uomo di pace. Era povero, ribelle, tostissimo. Al giornale i suoi capi avevano paura di lui. (...) A lui interessava il mondo, non il giornalismo. Gli interessava il creato, come interessa a tutti gli esseri umani che sono mossi dalla curiosità di conoscere la vita. (...) Girando il mondo si accorse che la guerra non era la soluzione. Questo e la malattia lo cambiarono in profondità. (...) Decise che era tempo di dire basta al giornalismo: era tempo di occuparsi di "perennialismo". E prese a occuparsi dell'anima. Mia mamma è stata bravissima a farlo andare: si nasce da soli, si muore da soli. (...) Quando ho letto le Lettere sulla guerra ho conosciuto un'altra persona. (...) Invece di fare la guerra - diceva - andate a capire gli altri, andate a parlarci! Questa era la sua idea del giornalismo: andare a sentire quello che gli altri avevano da dire per raccontarcelo (...) Madre Teresa insegnava attraverso la morte. Prima ti veniva da vomitare, poi cominciavi a vedere luce, gioia, amore. Sono arrivato a Calcutta con l'idea di starci una settimana, prima non mi arrivava niente: alla fine sono rimasto lì quasi un anno. Se vuoi capire la vita devi capire la morte. L'esperienza di tenere stretto un corpo che muore ti insegna che esiste l'anima.

Solo tre sottolineature.
1) L'interesse per il creato. Essere curiosi della vita, improntare a questo e a nient'altro la propria ricerca. Si tratta di un'indicazione di metodo interessante, a livello esistenziale e professionale. Vale per il giornalista, vale per l'insegnante, vale per chi "fa ricerca". Quanto c'è di curiosità per la vita nel nostro ricercare?
2) Capire gli altri. Terzani non si limita a sostenere il principio dell'"audiatur et altera pars": il problema non è di andare a sentire cos'hanno da dire gli altri per capire, magari, che le colpe sono di tutti. Il problema è un altro. E' quello incarnato da quelle che Marta Nussbaum chiama pensiero posizionale: guardare le cose dal punto di vista dell'altro è l'unico modo per capire veramente sia le cose che gli altri.
3) Insegnare attraverso la morte. Quando Terzani arriva a Calcutta, viene conquistato da quella donna minuta che non gli dice nulla ma si limita a invitarlo a seguirla. Chiama il figlio a Los Angeles: "Devi venire subito qui!". Folco lo raggiunge e rimane a sua volta stregato. Trovare il senso attraverso la cura degli ultimi. Capire la vita attraverso la morte. Comprendere che esiste l'anima tenendo stretto un corpo che muore.

Mentre Folco terminava di parlare pensavo a mia madre nel letto d'ospedale, pensavo a mio padre in agonia e alla serenità che mi dava tenergli la mano sul capo. Capire la vita attraverso la morte.

Thursday, January 22, 2015

Amore 2.0




Il 16 gennaio scorso sono stato invitato al Don Calabria di Verona per tenere una relazione sull'Amore 2.0. Condivido in questo post la traccia che ho seguito nel mio intervento che ho articolato in tre momenti:
1) la definizione/spiegazione del costrutto 2.0;
2) una sintetica fenomenologia dell'amore in relazione a questo costrutto;
3) alcune riflessioni conclusive di taglio soprattutto educativo.

1. Il costrutto 2.0

Il termine viene introdotto nel 2005 da Tim O'Reilly che lo definisce icasticamente così: "la piattaforma è il Web". Cosa vuol dire? Due cose:
a) un cambio di paradigma nel modo di pensare l'informatica (dalla centralità del software, alla centralità del cloud);
b) per estensione, una nuova release, un salto in avanti nell'evoluzione di soluzione
Se si parte da qui, allora parlare di "Amore 2.0" significa:
a) pensare a come la Rete, nelle sue forme, modifichi il fenomeno;
b) pensare a una release diversa, a un fenomeno in qualche modo nuovo.
La domanda che questa preliminare riflessione ci lancia è, dunque: cosa diventa l'amore al tempo di internet? Si trasforma? E come?

2. Amore 2.0: una fenomenologia

Per rispondere a questa domanda, in questa parte del mio intervento prendo spunto da un saggio di Paul Ricoeur (Sessualità: la meraviglia, l'erranza, l'enigma), comparso originariamente nel 1960 sulla rivista "Esprit" e ora tradotto in italiano (P. Ricoeur, Il paradosso dell'educatore, la Scuola, Brescia 2014).
La tesi di Ricoeur è che oggi stiamo assistendo in materia di sessualità a una dialettica tra tenerezza ed erotismo. Per tenerezza Ricoeur intende "il rapporto con l'altro (che) vince sull'erotismo". nell'erotismo, invece, "la cultura egoista del piacere vince sullo scambio del dono" (Ricoeur, cit., p. 102).
Le forme dell'erotismo sono sostanzialmente tre: le descriviamo sinteticamente declinando l'idea di Ricoeur sul nostro tema.

1) La caduta nell'insignificanza. Qui gli aspetti da mettere in evidenza sono due: a) "il sessuale diviene vicino, disponibile" (e qui, in relazione alla disponibilità dei media digitali e della Rete, si può pensare a come questa abolizione della distanza venga garantita dall'iper-realtà della pornografia on line, in cui consta la sua oscenità, per dirla con Baudrillard); b) "la sessualità diviene pubblica" (anche da questo punto di vista, la disponibilità dei media digitali e sociali, è funzionale al fenomeno, nella misura in cui contribuiscono a ridefinire i confini tra spazio pubblico e spazio privato).

2) L'uso della sessualità per compensazione e rivincita. Ricoeur mette in relazione questo fenomeno con due grandi delusioni del mondo moderno: il lavoro e la politica. Anche qui vi sono due aspetti da mettere in evidenza: a) la relazione tra erotismo e "delusione del senso"; b) il ritiro nel privato. Pensiamo, in questa direzione, a come la percezione di essere connessi possa far diminuire il bisogno di relazione sociale; o ancora si può fare riferimento alla "cultura del rimorchio", da intendersi come esito vittoria della paura di rendersi vulnerabili sul desiderio di dar vita a relazioni stabili; infine, si presti attenzione a come, in Skype o in Facetime, per guardare l'altro si debba fissare la telecamera (e non la sua immagine sullo schermo).

3) La ricerca di un sessuale immaginario. Assume diverse forme:
- l'erotismo quantitativo (la compulsione tipica della dipendenza);
- l'erotismo raffinato (che esita nella perversione);
- l'erotismo cerebrale (ad es. quello che si manifesta nel voyeurismo).
Qui è ancora una volta la pornografia a venire in primo piano; insieme a essa, la possibilità di vivere avventure on  line.

3. Riflessioni conclusive

In chiusura provo ad annodare tre rapide riflessioni.
In primo luogo, a margine delle tre forme dell'erotismo cui abbiamo fatto cenno, è possibile ricondurle ad altrettanti fenomeni con cui, di sicuro, l'amore 2.0 fa i conti:
- l'oggettivazione (del corpo, dell'altro, come nel sexting);
- l'isolamento (la "trappola di Narciso" di cui parla Katie Davis);
- la virtualizzazione (il riduzionismo tecnico e l'ansia da prestazione).
Una seconda riflessione è possibile fare in relazione all'uso che dei media digitali e sociali è possibile fare a supporto della tenerezza. Qualche esempio può essere d'aiuto:
- il linguaggio dei social (fidanzato ufficialmente con, sposato con);
- la possibilità di alimentare la complicità e di mantenere l'intimità (come capita con l'uso del SMS);
- la possibilità del contatto, la dimensione fàtica della comunicazione on line, "massaggi" e "carezze" digitali.
L'ultima riflessione la lascio a Ricoeur: "L'amore, così come la nostra cultura l'ha modellato, avanza tra due abissi: quello del desiderio errante e quello di una volontà ipocrita di costanza - caricatura rigorista della fedeltà. Felice e raro resta l'incontro, nella fedeltà vivente tra Eros insofferente di ogni regola e l'istituzione che l'uomo non riesce a mantenere senza sacrificio" (Ricoeur, cit., p. 110).


Sunday, May 11, 2014

L'allenatore del dissenso


Giovedì scorso, all'Università di Padova, Luciano Galliani ha tenuto la sua lectio magistralis in uscita verso la pensione o, come si dice - con un termine bruttissimo - nel linguaggio accademico, verso la quiescenza. Ero presente, certo, come presidente della SIREM (che lui ha contribuito a fondare e di cui è stato il primo Presidente), ma soprattutto come amico, come persona riconoscente per quello che in tanti anni ha rappresentato per me.

1. Avevo conosciuto Luciano esattamente venti anni fa, maggio 1994. Cesare Scurati mi aveva chiesto di sostituirlo a Mestre, in un seminario di formazione degli insegnanti organizzato proprio da Luciano. Arrivai a Mestre molto ben preparato: Galliani era per me già un riferimento. Conoscevo il suo L'educazione ai linguaggi audiovisivi (1988) ed ero un lettore interessato dei "Quaderni di comunicazione audiovisiva", una delle tante riviste che nella sua lunga carriera Luciano ha fondato e diretto. Andò bene. Cesare, che pure era avaro di complimenti, mi chiamò qualche giorno dopo per dirmi che Galliani lo aveva ringraziato: "Non mi hai mandato uno che stringe i bulloni..." (alludendo al fatto che non avevo ridotto la questione della tecnologia in classe a un fatto di tecnicalità). Cominciava così un rapporto di stima e di collaborazione che avrebbe segnato la mia carriera successiva. Luciano ne è stato - credo di poterlo dire senza paura - senza dubbio il principale fautore.

2. Scrive George Steiner ne La lezione dei maestri, il libro che raccoglie il testo delle sue Norton Lectures tenute nell'a.a. 2001-2002 ad Harvard: "Il vero insegnamento può essere un'impresa terribilmente pericolosa. Il maestro vivente prende nelle sue mani quello che è la parte più intima dei suoi studenti, la materia fragile e incendiaria delle loro possibilità (...). Insegnare senza grave apprensione, senza un'inquieta riverenza per i rischi connessi, è frivolezza (...). Insegnare con grandezza significa suscitare dubbi nell'allievo, allenare al dissenso. E' preparare il discepolo al distacco (...). Un maestro di valore, infine, dovrebbe essere solo". Ho rassicurato subito Luciano Galliani: il fatto che si fosse in tanti a recargli omaggio non lo doveva preoccupare, sulla sua grandezza non abbiamo dubbi. E, almeno per quanto mi riguarda, posso dire che in tanti anni che ci conosciamo, lui abbia allenato molto bene il dissenso, nel senso di Steiner, e cioè nel senso della libertà intellettuale e del confronto di idee. Non sono stato suo allievo, ma di sicuro per me lui è stato un maestro.

3. Nella sua lectio, Luciano ha voluto ricostruire quella che ha chiamato la sua "bio-bibliografia". Una storia di ricerca e di passione iniziata a metà degli anni '60, con Giuseppe Flores D'Arcais, cresciuta inizialmente attorno alla televisione e all'audiovisivo e poi allargatasi ai temi della comunicazione didattica, delle tecnologie educative, della valutazione, della formazione professionale, della didattica universitaria. Quel che colpisce in questa avventura intellettuale non è tanto il numero delle pubblicazioni, la vastità degli interessi, o la capacità generativa di un docente universitario vulcanico, dotato di uno straordinario intuito. No. Quel che colpisce è la capacità di giocare la partita contemporaneamente nell'università e nel mercato, nella ricerca e nell'impresa, facendo della professione un compito politico. E' questa credo la cifra vera di quel che l'uscita dal ruolo di Luciano Galliani lascia in eredità ai giovani ricercatori: un esempio di professionalità, un modo di fare il professore. Con tutti i suoi difetti certo. Con Laura Messina e Paolo Frignani ci siamo detti più volte che Luciano ha più volte messo a dura prova proprio chi come noi gli è sempre stato particolarmente vicino: allenatore del dissenso, anche in questo...


Monday, December 2, 2013

Il Pelourinho: i santi, gli uomini e Dio


1. Sono di rientro dalla UFBA, la Universidade Federal de Bahia, dove ho appena incontrato docenti e studenti del Dipartimento di Educazione e dove il mio amico Nelson Pretto, uno dei leader della pedagogia brasiliana, mi ha intervistato per la web TV del suo gruppo di ricerca. Nelson ha frugato tra le pieghe della mia formazione e ha scoperto cose - nel Web - che forse neppure io ricordavo. Nell'intervista ritorno così alla mia scuola elementare, alle lezioni del maestro Giberti, cineamatore, all'educazione all'immagine durante la scuola media, alle cineletture "somministrate" da Gigino Di Libero. No, non potevo fare altro che occuparmi di comunicazione educativa: certi incontri ti segnano, ti orientano, decidono molto di quello che sarai "da grande". E Nelson, che si era preparato a puntino per l'intervista, ha avuto la capacità di riaccompagnarmi attraverso quei ricordi. Gli sono grato, come quando qualcuno scopre per te qualcosa che pensavi di aver perso chissà dove.

2. La mattina era trascorsa tra il Pelourinho e il Mercado Modèlo. Chiunque sia stato a Bahia ha di certo preso l'ascensore che dal porto sale alla città vecchia. Poi, uscito sulla Piazza della Prefettura, ha preso a sinistra Rua da Misericordia incominciando a perdersi tra gli intonaci colorati delle case açoriane. Si arriva voltando a destra al Terreiro de Jesus: di lì o si scende verso la casa museo di Jorge Amado, sulla piazza del pelourinho, e si arriva a Nossa Senhora do Carmo dos pretos, o si prende a destra e si arriva alla meravigliosa Chiesa di San Francesco. Ci muoviamo sospesi tra l'ansia che ci hanno trasmesso con racconti di assalti e furti e il fascino del luogo. Il cielo è di un azzurro intensissimo, tagliato da pennellate di nuvole bianchissime. Man mano ci si addentra nella città vecchia, la tensione perde quota e la bellezza meravigliosa del luogo prende il sopravvento. Sembra di vedere Vadinho, il primo marito di Dona Flor, correre su e giù dalle ruas. Dalla finestra della casa museo il busto di Jorge Amado ti sorride.

3. Noosa senhora do Carmo è la chiesa degli schiavi. Al tempo della dominazione portoghese questa era una delle poche chiese della città che potesse essere frequentata dalla popolazione nera. E ancora oggi mantiene questo privilegio, curata da una confraternita in cui possono entrare solo persone di colore. Tutti i martedì pomeriggio, alle 18.30, la messa è celebrata con i tamburi e i canti della cultura africana. Cattolicesimo e Candomblé confinano, uno si inserisce nell'altro. Gli orishà, le divinità della religione animista che gli schiavi portarono con sé dall'Africa, venivano nascosti dentro le statue dei santi per non incorrere nelle punizioni dei portoghesi: ancora oggi ogni santo ha il proprio corrispondente in un orishà. Dentro la Chiesa un membro della confraternita ci spiega tutto l'orgoglio delle sue radici africane e ci mostra il cimitero degli schiavi dietro la chiesa. Oltre il muro una favela incombe. In questa città incredibile tutto si mischia, si contamina, diventa qualcos'altro a ogni angolo di strada.

4. Davanti alla chiesa incontriamo Ivan Carlos. E' un ambulante "autorizzato". Ci regala una manciata di fettucce di Nossa Senhora de Bonfim: legarsele al polso serve a ottenere l'intercessione dei santi, di tutti i santi cui la Bahia di Salvador è intitolata. La simpatia, la gentilezza, la dignità di Ivan Carlos ci conquista. Gli compro una collana fatta di sementi. Lui le vende: le fanno i meninos de rua che un'associazione riesce a tenere lontani dalla strada e dalla colla da sniffare proprio grazie a questo lavoro. Lo ascolto incantato raccontare i personaggi di Jorge Amado: ti sembra di veder materializzarsi da un momento all'altro Gabriela, Dona Flor o Teresa Batista. Ci spiega che quello che ha imparato glielo hanno insegnato all'Università: la Prefettura ha organizzato un corso per gli ambulanti; storia locale, comunicazione, marketing. Ivan Carlos ci dice orgoglioso che lui certo deve vendere, ma che si sente un portavoce della città. Mi regala una corona del rosario. Alla madonna del rosario riconosce la sua devozione tutta la comunità nera. Ivan Carlos mi garantisce di averla benedetta lui: "Colòca no carro! Fique con Deus!". Ficar in portoghese vuole dire tante cose, principalmente "stare". Ecco: credo che augurare a qualcuno di rimanere con Dio sia uno dei più bei saluti che si possano immaginare. "Fique com Deus vocé também, Ivan Carlos!". "Sempre!". Allontanandomi mi dico che questo è il Brasile. Sono commosso e l'ansia sottile della salita ha lasciato ormai il posto a un benessere pacificato. Prendiamo un coco verde all'angolo di una strada. La donna che ce lo vende aspetta a chiederci i soldi: vuole sapere se è abbastanza freddo. Povertà e gentilezza.

5. San Francesco è una delle chiese più belle di tutto il Brasile. Trionfo del Barocco portoghese, il suo interno intagliato nel legno è coperto da 900 chili di oro. Il chiostro contiene la più grande e incredibile collezione di azulejos di tutto il Brasile. Pensi che questa era la Chiesa dei Francescani, pensi cosa c'entri la povertà del Santo di Assisi con questo sfarzo incredibile. Pensi ancora che questa chiesa meravigliosa fu di fatto edificata con le donazioni "pro remedio animae" di tanti signorotti che si erano arricchiti con il commercio degli schiavi. Ma oggi, per una strana eterogenesi dei fini, la chiesa è lì a raccontare la storia del Pelourinho. Nera la nostra guida, nero l'ambulante che vende corone del rosario all'uscita, neri gli operai che stanno lavorando al restauro della chiesa, neri i commessi all'entrata e all'uscita. E' come se la città si fosse riappropriata della chiesa. E l'anima di questa città, non c'è dubbio, è africana.

6. Scendiamo verso il Mercado. Entriamo e vinciamo la tentazione di perderci tra i banchi degli artigiani che espongono le loro merci. Si sale al secondo piano. "Maria & Sao Pedro" ci aspetta. Sediamo in veranda. Una Brahma ghiacciata ci aiuta ad avere ragione del caldo. Ordiniamo vatapà, feijao fradinho, carne sol. Tutto è servito con abbondante farofa, anche di zafferano.  Davanti a noi la Bahia, i colori della primavera di Salvador, il rumore animato della vita che pulsa. Ficamos com Deus.


Saturday, August 10, 2013

Semiotica della GMG


Giovedì scorso sarei dovuto intervenire nella trasmissione di TV 2000 dedicata agli effetti delle GMG. Non potendo presentarmi in studio ho registrato una ventina di minuti di intervista che poi non è stata montata e quindi non è stata utilizzata per la trasmissione. Il tema dell'intervista era la "semiotica della GMG", ovvero la possibilità di leggere l'evento dal punto di vista comunicativo in ragione di comprenderne meglio i meccanismi e gli impatti sulle persone. Riporto di seguito una sintesi di quanto avevo risposto alla giornalista.

1. Media Event
Comunicativamente parlando la GMG è un media event. Di questa categoria di eventi (studiati da Dayan e Katz in un libro - Le grandi cerimonie dei media - divenuto un classico) condivide i tre aspetti qualificanti:
- sintatticamente: la GMG rompe la quotidianità del palinsesto televisivo e anche di quello sociale delle persone. Viene vissuta come tempo forte, in decisa discontinuità con le nostre occupazioni ordinarie;
- semanticamente: questa rottura serve a sovradeterminare di significato quel che viene comunicato. L'attenzione di chi partecipa (sul posto come a casa) viene richiamata e mantenuta in virtù di qualcosa che tutto concorre a sancire come eccezionale;
- pragmaticamente: i media event, come tutti i fenomeni rituali,  implicano la trasformazione di chi vi partecipa. Non si vive un'esperienza simile senza tornarne trasformati. La trasformazione dei partecipanti, dunque, è l'intento dichiarato di chi pastoralmente e comunicativamente allestisce l'evento.
Quest'ultimo, a ben vedere, è anche il vero problema che la coscienza del credente si pone: partecipare cambia veramente tutto? Si torna realmente trasformati? E' tutto solo emozione del momento forte che viene vissuto e poi tutto torna come prima o qualcosa di diverso di registra? [Sulla questione si può vedere la bella riflessione di Enzo Bianchi sulla Stampa del 28 luglio scorso].

2. Una situazione religiosa
Il linguaggio e le forme comunicative della GMG assomigliano moltissimo a quelli dei grandi raduni giovanili, come i concerti rock. Anche il funzionamento è lo stesso e si costruisce sul fatto che il tempo dell'evento è un tempo sospeso che, da una parte, comporta la rottura con il tempo ordinario, dall'altra chiede a evento finito il rientro nel tempo ordinario stesso. Questa sequenza di uscita-partecipazione-rientro è tipica dei riti di passaggio: in essi si abbandona il proprio stato, per rimanere durante il rito in una fase di soglia (limen), e poi riaggregarsi al corpo sociale alla fine del rito. Il funzionamento della GMG e degli altri raduni giovanili, da questo punto di vista, è analogo, con una differenza. Come Victor Turner ha fatto notare, eventi rituali "forti" come quelli religiosi hanno una struttura "liminale"; eventi rituali in senso più debole (come il carnevale o altre manifestazioni sociali o spettacolari) hanno invece una struttura "liminoide". Il suffisso "oid" dice di una somiglianza ma anche di una differenza. Ecco: potremmo dire che la GMG è liminale, gli altri raduni giovanili liminoidi.

3. Le aspettative dei giovani
I giovani partiti per Rio (come, in fondo, quelli che come me negli anni '70 raggiungevano Taizé per partecipare ai riti della Settimana Santa presieduti da Roger Schutz) secondo me avevano, hanno due aspettative principali. La prima è un'aspettativa di comunione orizzontale: fare relazione con gli altri giovani, stare insieme, vivere un'esperienza comunitaria. La seconda è un'aspettativa di comunione verticale: l'incontro con gli altri e l'incontro con il Papa vengono vissuti come via per l'incontro con Dio. L'andare oltre la propria dimensione individuale, il trascendersi in direzione dell'altro (orizzontale) e/o dell'Altro (verticale), è esattamente il senso che l'antropologia riconosce alla parola "religione". I giovani di Rio sono stati lì per fare un'esperienza religiosa.

4. Le GMG: una lettura diacronica
Nella storia comunicativa delle GMG ci sono almeno due cesure. La prima risale alla GMG di Denver, 1993. Fu la prima, per così dire, a copertura televisiva integrale. La seconda va rintracciata nella GMG di Madrid 2011, la prima in cui il Social Network abbia affiancato (e forse comunicativamente superato) i media tradizionali main stream. Ma al di là di questi aspetti è indubbio che le GMG siano vissute dei periodi storici che tenevano sullo sfondo e anche dello stile comunicativo dei tre papi che a esse hanno dato vita.
Dayan e Katz distinguono, tra i media event, le conquiste dalle incoronazioni (le competizioni, in questo contesto, ci interessano meno). Per intenderci: la diretta del primo allunaggio fu un evento di conquista; la diretta della proclamazione del nuovo Papa da Piazza San Pietro un'incoronazione.
Ora, all'origine, la GMG, nata nel 1985 da un'intuizione di Papa Woitila, ha le caratteristiche di una conquista: va letta come uno degli strumenti di cui Giovanni Paolo II dispone per vivere il suo pontificato "itinerante", per portare il messaggio della Chiesa in contesti scelti di volta in volta con precise intenzioni simboliche (e politiche).
Con l'avanzare della malattia, fino a Toronto 2002, la GMG si trasforma progressivamente in un evento di incoronazione: l'incoronazione di un Papa divenuto icona, l'ostensione del suo corpo sofferente, la proclamazione della sua disponibilità al martirio. Un senso, questo dell'incoronazione, che si conserva anche durante il pontificato di Benedetto XVI, il Papa teologo che probabilmente non aveva nelle sue corde la stessa dimestichezza del predecessore con le drammaturgie oceaniche.
Con Papa Francesco la percezione è di avere assistito di nuovo a una GMG di conquista. Conquista dei giovani, conquista degli scettici, conquista dei laici, dei non credenti, dei credenti che forse sono diventati meno credenti di chi non crede. Una conquista che passa attraverso la credibilità di una Chiesa povera e missionaria, umana e accogliente. E che si esprime attraverso l'abbraccio sorridente di un Papa sudamericano che ha però l'andatura e la salda concretezza dei contadini delle Langhe.