Wednesday, May 2, 2018

Un'idea di scuola




Nella “Moratoria sulla Buona Scuola”, un appello firmato nei mesi scorsi da un migliaio di insegnanti e studiosi, si legge: «La scuola è e deve essere sempre meglio una comunità educativa ed educante. Per questo non può assumere, come propri, modelli produttivistici, forse utili in altri ambiti della società, ma inadeguati all’esigenza di una formazione umana e critica integrale». E ancora: «Bisogna chiedersi, con franchezza: cosa è al centro realmente? L’educazione, la cultura, l’amore per i giovani e per la loro crescita intellettuale e interiore, non solo professionale, o un processo economicistico-tecnicistico che asfissia e destituisce?». La tesi è nota e coglie nella formazione di scuola la contrapposizione tra due paradigmi antagonisti, quello “del capitale umano”, economicistico e orientato all’efficienza e alla produzione, e quello “dello sviluppo umano”, preoccupato invece della promozione dell’uomo e delle libertà personali (Baldacci, 2014). In buona sostanza: l’istruzione per il profitto e l’istruzione per la democrazia (Nussbaum, 2011).
Scorrendo le pagine del documento mi sono sentito confermato nelle ragioni che mi hanno spinto a scrivere, in almeno due direzioni.
La prima è la convinzione che oggi più che mai si abbia bisogno di un’idea di scuola. Non di discorsi: di un’idea. “Pensare la scuola” è il compito che tradizionalmente è sempre stato svolto dalla pedagogia della scuola e che oggi rischia di essere delegato da una parte alla politica, dall’altra ai tecnici. Il problema è che l’una e gli altri – la politica e i tecnici – un’idea di scuola, anche se ingenua e implicita, ce l’hanno: così le loro scelte, anche se lontane dalla pedagogia, finiscono per materializzarla. Di qui l’importanza di tornare a pensare la scuola, di riproporre un confronto sulla scuola.
Qui trovo l’altro spunto. Se è importante riproporre un confronto sulla scuola, discutere di quale sia l’idea di scuola che vogliamo realizzare, è altrettanto importante farlo in modo non ideologico, lontano da preconcetti. È ancora fresca la memoria della berlusconiana scuola “delle tre i” (Impresa, Inglese, Informatica) e di come il governo di centro-sinistra le avesse sostituito la scuola “della serietà, del merito, delle regole”. Discutere di un’idea di scuola significa non accingersi all’ennesimo testacoda, non sostituire la “buona scuola” con un altro slogan (i “contenuti”, figli della cultura e della libertà di pensiero, al posto delle competenze, sintomo dell’asservimento al mercato e alla produzione), ma riprendere con serietà il discorso da dove è stato interrotto: la scuola è troppo importante perché diventi solo uno spazio di schermaglie da bar dello sport.

Il libro muove da queste consapevolezze (alimentate negli ultimi anni dalla partecipazione a seminari, da molti incontri di formazione degli insegnanti, da scritti brevi generati da queste occasioni) e si costruisce su quattro idee, una per ciascuno dei capitoli di cui è composto.
Il primo capitolo lavora sulla constatazione che la scuola funziona ancora oggi come un dispositivo. Tutto lo suggerisce: il rapporto tra uno che parla e gli altri che ascoltano, l’orario, la suddivisione in classi e discipline, il registro, i voti, le sanzioni, l’autorità, la verticalità dei rapporti. Invece, nello stesso tempo, la società è andata sempre più orizzontalizzandosi (Marzano & Urbinati, 2017) e la famiglia ridefinendosi secondo un modello affettivo piuttosto che normativo (Lancini, 2017). Lo scarto è evidente e si traduce in un ritardo culturale, nell’incapacità di risultare significativa per i suoi studenti.
Il secondo capitolo è dedicato al “fiuto degli studenti” e agli “insegnanti incompiuti”.  Un insegnante è incompiuto se è sempre in ricerca, se non si accontenta. Non è un professionista seduto, l’insegnante, ma qualcuno che la consapevolezza del proprio dovere e lo sguardo dei suoi ragazzi guidano costantemente verso il meglio. Solo così l’insegnante risulta significativo e merita il riconoscimento degli studenti.
Il terzo capitolo è organizzato attorno al metodo. In una società orizzontale potrebbe sembrare che il metodo non serva, poiché rappresenta, probabilmente, una traccia della verticalità di cui ci si dovrebbe essere finalmente liberati. Ma non è così. Se il lavorare con metodo non si traduce in una gabbia, per l’insegnante e per lo studente, esso è lo spazio attraverso il quale l’insegnante può organizzare le proprie pratiche professionali e la scuola assumere l’innovazione. Quanto allo studente, il metodo gli garantisce il giusto grado di direttività, che non vuol dire che l’insegnante gli si sostituisca togliendogli il margine di qualsiasi responsabilità, ma che gli possa indicare il quadro e le coordinate entro cui muoversi per fronteggiare la complessità.
L’ultimo capitolo discute dei media digitali, muovendo dall’assunto che oggi noi e i nostri ragazzi siamo, per così dire, “attraversati dai media”. Questo comporta che non abbia senso discutere se ritagliare o meno per essi uno spazio in scuola: se la scuola vuole essere contemporanea deve occuparsi dei media, come linguaggi in cui le culture giovanili sono articolate e come dispositivi attraverso i quali le vite di tutti sono espresse. Occuparsi dei media non significa cedere a una moda, ma perseguire l’obiettivo di rendere la scuola contemporanea. I media nella scuola sono frontiera etica e spazio di costruzione della cittadinanza.

Sunday, January 21, 2018

Santo Scolaro




Questa fotografia è del 12 novembre del 2012. Si era saliti a Barbiana con l'amico Luca Toschi e si era trovato lì, senza esserci accordati, Michele, Michele Gesualdi. Pochi mesi dopo si sarebbero manifestati i primi sintomi della terribile malattia che ce lo ha portato via. Ma quel giorno era in forma, in splendida forma. Abbiamo passato ore ad ascoltarlo, mentre si muoveva con noi nella stanza dove si faceva scuola a Barbiana, e poi sotto, nel laboratorio, e poi ancora su... Sembrava che il tempo si fosse fermato e che il priore dovesse uscire da un momento all'altro: Michele lo materializzava con lo sguardo, con il gesto, ricordando dove stava e cosa diceva. Una drammaturgia didattica, teatro della vita, spiegazione vivente di cosa significava Barbiana per lui, il fratello Franco, gli altri... No, non una drammaturgia, un ufficio, un rito, cui abbiamo avuto la benedizione di prender parte.

Qui Michele ci mostra uno dei loro "libri di testo". Si facevano così: la mamma di Don Lorenzo portava su le riviste patinate che si leggevano a Firenze; loro le prendevano, guardavano e selezionavano le immagini, le ritagliavano, le incollavano; poi si commentavano, ci si scriveva le didascalie. Li si faceva così i libri a Barbiana. Oppure li si costruiva sui cartelloni e poi li si appendeva alle pareti. Il self-publishing non nasce con la scuola digitale: era già lì, nel bricolage didattico della canonica.

Raccontava Michele, raccontava con lo sguardo e la voce di chi rivive. Raccontava i primi tavoli dove si sarebbe fatta scuola e spiegava che a Barbiana la scuola era nata in laboratorio, letteralmente: morsa, pialla, chiodi e martello. Raccontava le serate di cineforum, con Don Lorenzo a proporre i grandi del cinema classico e poi ad analizzare, a discutere. Raccontava la lettura del giornale, la scuola del pensiero critico, lo sviluppo della parola. Media Education diremmo noi oggi. Media Education come spazio per costruire la cittadinanza. Imparare a parlare e a pensare per essere cittadini.

Raccontava Michele il lavoro, il lavoro duro, le ore passate a scuola. Perder tempo era una delle cose più gravi per Don Lorenzo: la "bestemmia del tempo". Guai a buttarlo via, guai a usarlo per sé. Il tempo andava usato tutto nell'impegno, e nell'impegno per gli altri. Era la motivazione "da dare a chi non ce l'ha": capire di poter essere utili per gli altri, e donarsi.


Pensavo con tenerezza a tutto questo leggendo nei giorni scorsi della morte di Michele Gesualdi. Ci pensavo leggendo il suo libro-testamento, L'esilio di Barbiana. E mi sembrava di ascoltarlo, di sentire le sue parole quel giorno di autunno, a Barbiana. Mi sembrava di vederlo mentre ci mostrava l'immagine del Santo Scolaro, la materializzazione del fatto che don Lorenzo aveva voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio. E lui lo sapeva bene, lui che nella canonica aveva vissuto per dodici anni. Ora li immagino mentre si abbracciano in Paradiso, come il priore ebbe a promettere anche ad Adele Corradi.


Grazie Michele perché quel giorno, incontrando te, è come se avessi incontrato Don Lorenzo. E mi sono tornate alla memoria le parole di Lettera a una professoressa che avevo letto a scuola a 14 anni per la prima volta. E ho capito perché ho fatto l'insegnante e ancora non ho smesso. Come scrisse una volta Don Lorenzo: "Quando avrai perso la testa, come l'ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà di trovarlo per forza perché non si può fare scuola senza una fede sicura".

Sunday, December 31, 2017

Frequentare i confini



Sentii parlare di Elisa Frauenfelder per la prima volta parecchi anni fa. Fu Cesare Scurati a citare i suoi lavori nell'ambito di un dibattito pubblico in cui discuteva (e dissentiva) dell'ipotesi che Elisa da qualche tempo portava avanti, ovvero la possibilità di aprire una nuova strada alla pedagogia mediante la sua contaminazione con le scienze biologiche.
Ritrovai quelle stesse tesi molti anni dopo, mentre mi immergevo in quella lunga sessione di letture neuroscientifiche che mi avrebbero condotto a scrivere Neurodidattica. Quando il libro uscì, nel 2012, pensai che il minimo che potessi fare era di rendere il dovuto omaggio a chi come lei aveva in fondo anticipato quello che oggi molti trovano normale, ma che quando Elisa cominciò a parlare di bioeducazione non lo era affatto: la necessità per la pedagogia e la didattica di guardare alle scienze biologiche, in particolare alle neuroscienze cognitive. Una necessità che prende corpo in almeno due direzioni: quella del ripensamento dell'epistemologia pedagogica e quella dell'applicazione didattica e sperimentale.
Quella citazione, quel breve omaggio, fu l'inizio della nostra breve amicizia, breve perché oggi Elisa purtroppo non è più fra noi. Mi colpì subito il suo entusiasmo, la sua felicità per quel riconoscimento: professore ordinario per tanti anni alla Federico II, non aveva certo bisogno della mia menzione. Eppure quelle poche righe la riempirono di gioia. Me lo testimoniò di persona, nel suo studio, al Suor Orsola Benincasa nel primo dei nostri incontri. E mi chiese subito di darle del tu.
Elisa Frauenfelder è stata una maestra. Il maestro, nel mondo dell'Università, non è solo chi sa "fare scuola" coltivando i talenti dei suoi allievi (e lei ne ha avuti molti: da Flavia Santoianni a Maura Striano, da Maurizio Sibilio e Marisa Iavarone...), non è solo chi apre strade nuove (e il paradigma bioeducativo di sicuro lo è stato): maestro è chi si distingue per dottrina e per stile. Nel poco tempo in cui ho avuto il privilegio di conoscerla e di fregiarmi della sua amicizia, questo è subito risultato chiarissimo per me: la profonda conoscenza, il grande sapere, e insieme il tratto, l'eleganza, la misura.
Ora Elisa se ne è andata. Mi rimangono di lei le ultime battute scambiate al telefono, a Napoli, nei mesi scorsi: si scusava per non poterci raggiungere e mi dava appuntamento a presto. Resta la sua lezione: l'esortazione alla pedagogia a frequentare i confini con le altre scienze, a non averne paura; la libertà di pensiero, noncurante del rischio di percorrere strade troppo nuove, esponendosi alla critica; la signorilità di chi guarda le cose relativizzandole. Grazie Elisa! Ce ne ricorderemo.


Thursday, April 13, 2017

Sviluppare virtù nella società digitale


Condivido di seguito il mio editoriale apparso sull'Adige domenica 9 aprile 2017 in occasione della mia presenza al festival dell'educazione di Rovereto...

La virtù è un dispositivo personale che Foucault avrebbe inserito in quelle che lui chiamava “tecnologie del sé”. Ma anche il concetto di “dispositivo” va inteso nel significato che gli attribuiva il grande filosofo francese. Un dispositivo non è un marchingegno, uno strumento, una macchina elettronica. Nel senso in cui qui lo usiamo un dispositivo è un insieme di tecniche, una strategia, un sistema di scelte. Nel caso della virtù, l’obiettivo della mobilitazione di queste tecniche, di questa strategia, è la gestione di se stessi. I primi a collocarsi in questa prospettiva sono stati i Greci. Il saggio è virtuoso se si autocontrolla (enkràteia), se non ha bisogno di nulla (autàrkeia), se non prova emozioni (atarassìa), se è in grado di astenersi da situazioni che provochino dolore (aponìa). In questo modo ciò che nel dispositivo virtuoso favorisce il raggiungimento di questi obiettivi – l’autocontrollo, l’assenza di dolore, ecc. – si può a giusto titolo chiamare una “tecnologia del sé”. Le tradizioni della saggezza orientale – penso al buddhismo – e della spiritualità cristiana non si sottraggono a questa logica: alludono all’esercizio di particolari teniche al fine di garantirsi una buona gestione del proprio sé (della propria anima).

Perché la virtù, in quanto tecnologia del sé, si può rivelare utile quando si ragiona dei media digitali, della loro diffusione sociale, dei comportamenti che essi richiedono? È la domanda che mi sono posto nel mio libro Le virtù del digitale. Per un’etica del media (Morcelliana, 2015). La risposta è articolata.
In primo luogo i media digitali richiedono l’esercizio della virtù, ovvero esigono da noi uno sforzo di riflessione e un lavoro su noi stessi. Non si nasce capaci di interagire con essi, il loro uso non è naturale. Straordinari per le opportunità che ci garantiscono – le potremmo sintetizzare parlando della loro capacità di aumentare la nostra esperienza del mondo e degli altri – i medi digitali espongono anche a rischi. Ottimizzare le opportunità e limitare i rischi è lo spazio in cui la virtù si esercita.
In secondo luogo, quello di virtù è un dispositivo praticabile, umano, laico (nel senso di condivisibile al di là del singolo credo o confessione). Certo, poi, nella cultura cristiana vi sono virtù come la fede che si iscrivono in un altro orizzonte, ma almeno le virtù cardinali – quelle eredi dell’etica aristotelica – sono di certo molto trasversali: giustizia, temperanza, prudenza, fortezza sono le stesse, possono essere le stesse, per chiunque. Cosa voglio dire? Voglio dire che sul fatto di distinguere tra spazio pubblico e spazio privato e di imparare a non condividere nello spazio pubblico quel che è meglio rimanga in quello privato, un laico e un credente possono di sicuro concordare. Non solo. La virtù non è un punto di arrivo, ma un percorso. Non si è mai del tutto giusti, ma si impara attraverso ogni atto di giudizio a diventare giusti. La virtù non è uno stato, è un movimento, è qualcosa da guadagnare sempre di nuovo.  Questo impegna ciascuno a un lavoro costante su se stesso, che non si può mai dire esaurito, compiuto. Non è da bambini che si impara a essere virtuosi, ma qualcosa che ci impegna sempre di nuovo anche da adulti.


Un’ultima considerazione meria di essere sviluppata. Diventare virtuosi, in tema di digitale, significa lavorare su se stessi. Oggi si direbbe che è un problema di autoefficacia. Questo vuol dire che il problema dei media digitali non si risolve con la regolamentazione, o con i divieti, o con i dispositivi di filtro o di protezione, ma con l’educazione. E l’educazione consiste nel creare le condizioni perché il soggetto possa fare empowerment, ovvero sviluppi la capacità di controllarsi da sé, di gestirsi da sé, di difendersi da sé. In Grecia questa era stata la funzione del Maestro, nella cultura cristiana del direttore spirituale, al tempo dei media digitali è questo lo spazio dell’educatore, genitore o insegnante che sia. In una società pervasa di media è difficile trovare comportamenti di cittadinanza che non abbiano a che fare con essi. E quindi occorre creare le condizioni perché questi comportamenti siano corretti. È questo lo spazio della Media Education intesa come intervento di sviluppo della consapevolezza critica e della responsabilità delle persone. Si tratta di un lavoro di stimolo e supporto al comportamento virtuoso. Con il risultato che l’educazione incontra la cittadinanza e ritrova, al cuore di essa, l’etica.

Tuesday, January 10, 2017

La Scuola è social

Sono iscritto a molti gruppi e pagine di Facebook aperti e gestiti da insegnanti. Io stesso gestisco la pagina del mio centro di ricerca, il CREMIT, e il mio stesso profilo personale come uno spazio e un’opportunità per dialogare con gli insegnanti sui temi che riguardano la didattica, i bambini, la vita della scuola. Spesso ho modo di imbattermi, in questi luoghi, in riflessioni molto interessanti; spesso, invece, mi chiedo se tutto questo non sia solo una perdita di tempo. Ho provato a organizzare la mia riflessione al riguardo.

Molto rumore per nulla

La prima sensazione, che si può estendere al di là del social network degli insegnanti e che vale per il mondo di Facebook in generale, è che in fondo si tratti solo di rumore. Rumore che si aggiunge al resto del rumore che ci circonda e ci abita. Perché quando le informazioni non sono più distillate, quando vengono prodotte in eccesso, smettono di avere valore di informazione. Questo rumore è prodotto da alcuni “tipi” da social. Ci sono i postatori seriali, quelli che non possono iniziare la giornata senza pubblicare qualcosa, non importa se abbiano veramente qualcosa da dire quel giorno. Ad essi rispondono i commentatori seriali, quelli che qualsiasi cosa tu pubblichi sentono il bisogno irrefrenabile di dire la loro, anche qui non importa se in modo pertinente, sensato, funzionale a spingere in profondità la riflessione. E poi ci sono i taggatori seriali, quelli che ti mettono a parte (e spesso lo fanno invadendo senza permesso la bacheca del tuo profilo) delle loro conquiste, dei riconoscimenti ricevuti, delle piccole cose di tutti i giorni. Non si capisce in questo gioco se la funzione sia realmente l’aggiornamento, proprio e dei colleghi, o se la partita non si riduca in fondo al posizionamento, alla gratificazione dell’io, alla soddisfazione del narcisismo. Spesso per questi gruppi e per queste pagine ho sentito usare il termine “comunità di pratica”. Ma una comunità di pratica professionale, per esistere, ha bisogno che l’obiettivo sia lo sviluppo professionale di chi vi appartiene e che questo obiettivo venga perseguito con metodo. Il rumore, in una comunità di pratica, viene limitato al massimo dalla convergenza di intenti degli stessi membri.

Lo splendore dell’Ego

Negli ultimi mesi, nelle ultime settimane, ho spesso assistito in questi gruppi e in queste pagine a derive comunicative. Una deriva comunicativa è un fenomeno conosciuto da chi studia le dinamiche di rete. Io posto qualcosa, qualcuno mi legge e fraintende, oppure legge in modo personale, risponde in modo non coerente e aggressivo, io reagisco, lui replica, altri prendono le parti chi mie chi dell’altro, i toni diventano sempre più accesi, si finisce in rissa verbale. C’è molta rissosità nei social degli insegnanti. E spesso questa rissosità – che è il contrario di una comunicazione costruttiva – viene scatenata da un altro “tipo” da social, il guru. Il guru è un insegnante che grazie ai social ha avuto la possibilità di farsi conoscere, ha iniziato a ottenere riconoscimenti, ha visto modificarsi il suo status, si è convinto di essere capace, significativo, influente. Il guru pensa che qualsiasi cosa lui dica non possa che ottenere approvazione e consenso. E la struttura del social gli da conferme, perché di solito tra i tuoi “amici” ci sono coloro che tutto sommato la pensano come te. Mondo in fondo conformista, il social è molto pericoloso per chi cerca conferme: il rischio è che funzioni come uno specchio deformante in cui ci si veda molto più grandi di quel che di fatto si è. Il risultato di questo processo è la lievitazione dell’io: l’io si gonfia, diviene ipertrofico, considera nemico chiunque non lo approvi. Il guru accetta solo una comunicazione top-down dove lui dice e gli altri approvano. Non accetta il guru che siano gli altri a dire, ad avere idee diverse, soprattutto non tollera l’esistenza di altri guru. Spesso vedo questo dentro quelle che dovrebbero essere comunità di pratica professionali: vedo un pollaio con tanti galli, molto rissosi, che sputano sentenze, procedono a giudizi sommari, scatenano una comunicazione molte volte irrispettosa, volgare, violenta.

Scovare i talenti

La tentazione è spesso quella di uscire. È una tentazione che vale per il mondo dei social in generale, ma che per me che mi occupo di insegnamento e di scuola, vale soprattutto per i luoghi popolati dagli insegnanti. Ma è una tentazione passeggera. Perché al netto del rumore e dei guru, nei social io incontro la scuola. Incontro la scuola dei moltissimi insegnanti che in silenzio, con basso profilo, senza farsi conoscere o cercare riconoscimenti, fanno cose meravigliose nelle loro classi. Sono insegnanti che attraverso un post, una fotografia, un commento, ti lasciano intuire la bellezza che devono saper liberare con e per i loro bambini. Anche qui ho censito due “tipi”. Ci sono i geni anonimi della didattica. Ne ho incontrati e ne incontro. Sono insegnanti che grazie ai loro post e alle loro condivisioni ti lasciano a bocca aperta per la creatività di quello che fanno e che sembra il risultato di una saggezza naturale; questi insegnanti si fanno trasportare dal vento dei temi viventi (come diceva Freinet), lasciano che a ispirarli sia l’attualità, la vita, quello che per i bambini fa problema qui e ora.  Sono anonimi questi insegnanti. La loro personalità è all’opposto di quella dei guru: pensano di essere normali, di non valere poi molto, di fare semplicemente il loro mestiere. I guru fai fatica a farli tacere, i geni anonimi fai fatica a farli parlare. L’altra categoria è quella dei commentatori riflessivi. Non ti regalano “likes” per il gusto di farlo, per piaggeria, per sentirsi parte del gruppo; i commentatori riflessivi aggiungono, completano, spingono in profondità la tua riflessione. Sia che concordino sia che dissentano, magari anche solo parzialmente, pensano a costruire e non a distruggere. Hanno capito questi insegnanti il senso dei social e delle comunità di pratica professionale: si costruisce insieme.

Ecco, io credo di aver trovato in questi insegnanti, in queste persone splendide, le motivazioni per non uscire dai social. Da loro imparo tantissimo, loro mi aiutano a fare chiarezza su quello su cui sto lavorando, loro alimentano la mia speranza nel futuro della scuola. Non solo. Mi piace scoprire il loro talento e valorizzarlo, per quel che posso. Vuol dire aiutarli a riflettere sulle loro pratiche e convicerli a comunicarle. Un articolo, un libro, uno strumento da mettere in rete, la disponibilità a fare ricerca insieme, la formazione. Attività che non sono alternative alla classe: sarebbe un delitto togliere questi insegnanti dalla classe, anche perché morirebbero come pesci fuori dall’acqua. Attività, invece, che consentano alla classe, alla loro classe, di estendersi, di aprirsi, per diventare lievito di un processo di contagio positivo.

Mi piace fare scouting, ecco, lo confesso. La scuola italiana, proprio come i campetti di periferia, è piena di fuoriclasse in attesa che qualcuno si accorga di loro.

Friday, October 28, 2016

Pedagogia militante

Il 26 ottobre scorso, a Lecce, è stato presentato il volume Saperi pedagogici e pratiche formative. Traiettorie tecnologiche e didattiche dell'innovazione. Saggi in onore di Luciano Galliani (Pensa Multimedia, Lecce 2016). Luciano era presente e il momento è stato occasione per noi e per lui di ripercorrere la sua traiettoria di ricerca e di presenza nella pedagogia italiana. Recupero qui la traccia essenziale del mio intervento che si è articolato attorno a tre parole-chiave: gratitudine, stima, il libro.



1. Gratitudine

Non sono un pedagogista di formazione (vengo dalle scienze della comunicazione e dello spettacolo, in particolare dalla drammaturgia), quindi non ho avuto maestri alla cui scuola crescere (almeno in ambito pedagogico). Ho avuto però la fortuna di incontrare degli scout straordinari: Cesare Scurati, Luciano Galliani, Nicola Paparella. Lo scout ha il dono di intuire le potenzialità delle persone e la capacità di creare le condizioni perché si sviluppino. Nell'Università è una grande dote: solo così si possono far nascere delle scuole e si garantisce continuità alla comunità professionale.
Bene, se guardo indietro e mi chiedo cosa devo a ciascuno di loro, mi rispondo che a Cesare devo: il mio modo di lavorare nella scuola a stretto contatto con insegnanti e dirigenti, la capacità di organizzare e gestire gruppi di lavoro, l'arte della sintesi (Scurati, in questo, era un maestro: le sue "chiusure" ai convegni sono impresse nella memoria di chi abbia avuto la fortuna di ascoltarle).
Nicola è ancora nell'Università e quindi gli ho promesso che gli dirò cosa gli devo solo quando sarà definitivamente passato alla sua "terza missione", la produzione dell'olio d'oliva.
A Luciano devo: quello che sono nell'Università, il metodo, la lettura politica dei problemi e delle relazioni, la capacità di "ballare col diavolo". L'immagine è sua, risale a una Biennale della Didattica Universitaria di tanti anni fa: il diavolo, per la pedagogia, è sempre stato il mercato, quasi come se l'educazione non dovesse averci a che fare. Luciano ha insegnato a tutti noi che invece si può averci a che fare, anzi si deve.

2. Stima

Luciano è stato un apripista. Ha sempre intuito in che direzione si sarebbero messe le cose. I suoi temi di ricerca - le tecnologie didattiche, l'e-Learning, la valutazione, la formazione e l'educazione continua - sono oggi gli snodi del sapere pedagogico e i punti di contatto con il mercato (appunto!) e con le altre discipline.
Luciano ha sempre coniugato ricerca e intervento. Il modello è quello di una pedagogia militante (o impegnata, per usare le parole di Santomauro che Nicola Paparella ci ha ricordato), che si sporca le mani, negozia, prova a trasformare le cose uscendo dalla retorica sterile che non serve a nessuno
Luciano ha sempre studiato. Curioso, attento, informato, mai scontato nei suoi interventi, anzi sempre ricco di spunti, di aperture. Una lezione per i giovani studiosi, un richiamo forte al significato primo dello stare in Università.

3. Il libro

Il volume, di cui ho l'onore di figurare tra i curatori, può essere letto in molti modi. Uno di questi è utilizzarlo come uno spaccato di storia della pedagogia italiana degli ultimi decenni. Di questo spaccato il libro fornisce:
- la mappa dei temi;
- la geografia dei nomi (che bello sarebbe lavorarci con gli strumenti della Social Network Analysis per definirne il reticolo di relazioni e la densità dei nodi!);
- le parole-chiave;
- i riferimenti bibliografici.
Di questa mappa isolo solo un tema, quello dei media e delle tecnologie della comunicazione, la sezione del libro che ho curato. E lo faccio con una battuta. Nel 2000, ad Amalfi, al convegno della SIRD sulle tecnologie didattiche, chi se ne occupava era una microcomunità di studiosi, per lo più giovani, nemmeno tutti strutturati nell'Università. Oggi quegli studiosi sono tutti professori e la comunicazione è una chiave di accesso importantissima, ineludibile, per tutti quelli che si occupano di didattica.
Mi si dirà che è colpa del progresso, della diffusione sociale dei media digitali e sociali e di certo non posso smentirlo. Ma un po' è anche merito di Luciano Galliani.

Tuesday, August 23, 2016

La morte co la coda



Si è spento ieri a Roma, a 68 anni, Carlo Tagliabue. Storico Presidente del Centro Studi Cinematografici, direttore delle riviste Il ragazzo selvaggio e Film, cinefilo, amante e profondo conoscitore del cinema, sopratutto quello italiano. Anche Carlo - come Adriano Zanacchi, che di poco lo ha preceduto in una sorta di staffetta verso il Paradiso - aveva insegnato all'ISCOS dell'Università Salesiana (e in diverse altre università), Storia e critica del cinema; anche con lui avevo avuto modo di condividere molte estati, a Corvara, in occasione delle summer school organizzate insieme a Don Roberto Giannatelli.
Carlo era un orso, ma buono, come spesso capita. Intimidiva, guardando il mondo da dietro la sua pipa, con gli occhi bassi, di tralice. Chi lo conosceva sapeva che non si trattava di spocchia, di arroganza intellettuale: timidezza piuttosto, che vinceva portando la discussione sul terreno a lui più congeniale, il cinema. Potevi passare intere mezz'ore a sentirlo citare a memoria i dialoghi dei suoi film preferiti: Mario Brega, il camionista di Bianco, rosso e Verdone, che dopo aver siringato la Sora Lella senza che lei si accorga di nulla, sentenzia: "Sta mano, po' esse piuma e po' esse fèro!"; l'immancabile Alberto Sordi,soprattutto quello di Un americano a Roma  - "Maccarone, m'hai provocato e io ti distruggo...". Carlo conosceva a memoria intere parti dei suoi film, le citava in romanesco, con il sorriso sulle labbra. Come a memoria ricordava Trilussa, i sonetti del Belli, come  La morte co la coda:

Qua nun ze n' esce: o ssemo giacubbini,
o credemo a la lègge der Ziggnore.
Si ce credemo, o minenti o ppaini,
la morte è un passo che ve gela er core.

Se curre a le commedie, a li festini,
se va ppe l'ostarie, se fa l'amore,
se trafica, s'impozzeno quadrini,
se fa d'ogn'erba un fascio ... eppoi se more!

E doppo? doppo viengheno li guai.
Doppo c'è l'antra vita, un antro monno,
che dura sempre e nun finisce mai!

E' un penziere quer mai, che tte squinterna!
Eppuro, o bene o male, o a galla o affonno,
sta cana eternità dev'èsse eterna!

Regista televisivo, formidabile conoscitore del linguaggio cinematografico, Carlo sapeva e scriveva di cinema. Lo faceva con la competenza di chi conosce la macchina dall'interno, con l'occhio di chi in una vita aveva partecipato, anche come giurato, a decine di festival in Italia e all'estero.
Scherzava, Carlo. Anche con i miei figli, ai tempi di Corvara ancora piccoli. Con i bambini non aveva una grande dimestichezza, ma l'impaccio con cui vi si rapportava ne restituivano una goffa dolcezza, una tenerezza che non ti saresti aspettato.
Cinefilo e film maker, Carlo Tagliabue è stato anche un instancabile innamorato della vita. Gli piaceva la tavola. Ricordo ancora le spedizioni a Colfosco, al bar dell'Hotel Capella, per degustare un Irish Coffe che a detta sua aveva pochi rivali; o le sue insistenze perché ci rendessimo disponibili al solito "pellegrinaggio" annuale al Passo delle Erbe, per goderci "lo strudel più buono delle Dolomiti".
Negli ultimi dieci/quindici anni ci siamo rivisti poche volte: ma tanto bastava per riattivare una simpatia, una sintonia, che gli anni non riuscivano a cancellare.
Ancora ieri sera, con Alessandra, abbiamo parlato di lui, ricordandolo con il sorriso e con affetto; oggi la triste notizia mi fa pensare alle curiose coincidenze della vita.
Se ne va un uomo intelligente e arguto, che ha saputo fare della leggerezza il suo codice di comunicazione. Mi piace pensarlo mentre citando Brancaleone alle crociate ci incoraggia: "Trasite! Trasite! L'è saldo lo cavalcone!".
Ciao Carlo! Le luci si sono spente. Inizia lo spettacolo. Buona visione!