Wednesday, January 20, 2016

Coding Time


Negli ultimi mesi il CREMIT, il centro di ricerca che dirigo in Università Cattolica, si è trovato coinvolto in alcuni progetti di ricerca e formazione che ruotano attorno al Coding. Penso in particolare alla ricerca SMART Coding, condotta insieme all’INDIRE e diretta a verificare le rappresentazioni degli insegnanti, degli studenti e dei loro genitori in materia di coding, e al progetto It’s Coding time che vede coinvolta una grossa rete di scuole della provincia di Parma e nel quale il CREMIT è impegntao, insieme al Servizio Marconi dell’USR Emilia Romagna e alla cooperativa Officine on/off di Parma, in un doppio percorso, di formazione degli insegnanti e ancora una volta di ricerca sul senso e l’efficacia del fare coding in classe.
Come si ricorderà, il coding, insieme allo sviluppo della creatività, al ruolo dell’arte e della musica, era uno dei temi in primo piano nel documento sulla “Buona Scuola” che legava a esso la possibilità per la scuola di fare innovazione e di avvicinare i suoi linguaggi e le sue pratiche a quelli del mondo degli studenti. Ma che cos’è il coding?

Da Scratch ai FabLab

Coding, se lo traducessimo letteralmente dall’inglese, vorrebbe dire “fare codice”. Ovvero: programmare, scrivere codice, usare il linguaggio della macchina per fornirle istruzioni e farla operare secondo le nostre intenzioni. La sua diffusione, in Italia, è legata alla nascita dei primi Coderdojo nel 2012, degli spazi creativi la cui finalità era ed è la diffusione gratuita della cultura della programmazione, soprattutto ai più piccoli. Tra le attività da essi promosse vi sono corsi di programmazione in HTML5 e Javascript (due dei linguaggi più diffusi), corsi sull’uso di Arduino, una scheda elettronica programmabile che consente di sviluppare microrealizzazioni (e infatti, anche con i bambini, una delle applicazioni più interessanti del coding è proprio la realizzazione di piccoli robot), l’uso di Scratch.
Scratch (cfr. in Internet, URL: https://scratch.mit.edu/) è un linguaggio di programmazione a oggetti ispirato alla teoria costruzionista e sviluppato da Mitchel Resnick presso il MediaLab del MIT di Boston. La finalità del programma è di consentire anche ai bambini di programmare operando su un linguaggio molto visuale che ha alla base la metafora del gioco di costruzioni. Come nel LEGO, si tratta di mettere insieme dei blocchi nel giusto ordine.
Tutte queste attività sono spesso parte integrante dei FabLab, dei luoghi creativi che si stanno diffondendo rapidamente nelle nostre realtà urbane e che si pensano come uno spazio in cui sia possibile l’aggregazione giovanile, il co-working e lo sviluppo d’impresa. In un FabLab si fa naturalmente coding, ma oltre a questo si dispone di stampanti 3D grazie alle quali realizzare materialmente i propri progetti e di altre macchine, come le lasercutter, grazie alle quali realizzare gli stessi oggetti facendoli ritagliare e scolpire dal laser a partire da un materiale dato. Molti FabLab entrano in contatto con le scuole, le accompagnano nei percorsi di coding e poi consentono ai bambini di produrre materialmente le loro creazioni.

Prepararsi al futuro e pensare con stile

A cosa può servire portare in scuola tutto questo? E alla primaria, in particolare? Si può rispondere rifacendosi  ai risultati di una ricerca che alcuni studiosi finlandesi hanno condotto sulle motivazioni che stanno alla base del coding e della sua promozione nelle scuole.
La prima di queste motivazioni è funzionalistica. In una società dell’informazione come la nostra, in cui la rivoluzione digitale e la diffusione delle tecnologie dell’informazione hanno pervaso e improntano di sé praticamente qualsiasi ambiente di vita e professione, fare coding già alla scuola primaria significa iniziare a conoscere e usare i linguaggi che in futuro consentiranno al bambino un migliore inserimento nel mondo del lavoro.
Una seconda motivazione è espressiva. Imparare un linguaggio significa sempre poterlo poi usare in maniera creativa. Il coding andrebbe dunque legato allo sviluppo della creatività del bambino, servirebbe a fornirgli un ulteriore elemento per liberare le sue possibilità comunicative. Dentro una “scuola del fare” il coding è la versione aggiornata di tutti quei materiali e di tutti quei linguaggi grazie ai quali si è sempre favorito l’avvicinamento del bambino alla cultura materiale: il coding, oggi, come la tipografia al tempo di Freinet.
I sostenitori del coding dicono a questo riguardo che esso favorirebbe lo sviluppo del pensiero computazionale, alludendo al fatto che il nostro cervello lavorerebbe in questi termini, cioè costruendo e applicando algoritmi alle sue scelte di azione. Ora, la recente ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il modello di comprensione di come lavora il nostro cervello è l’embodiment più che il pensiero computazionale: noi funzioniamo in maniera adattiva e complessa, siamo un organismo e non un computer. Ma certo la capacità di costruire e utilizzare algoritmi (cioè mettere in fila le sequenze di operazioni che ci possono consentire di svolgere un compito complesso) è importante. Anche senza le macchine è possibile lavorarci già dalla scuola dell’infanzia: insegnando al bambino a comprendere ed eseguire ordini, abituandolo a risolvere problemi pianificando percorsi, favorendone l’acquisizione di routines. Fare coding insegna a pensare, a pensare con stile.

Dietro le interfacce

Vi sono ancora due motivazioni alla base del coding. Una è legata alla sua funzione interpretativa. Lo sviluppo dell’informatica di consumo è legato alle interfacce grafiche. Quando siamo davanti al nostro computer e con un clic sull’icona del formato cambiamo la giustificazione del testo sullo schermo, con un gesto estremamente semplice abbiamo ottenuto un risultato che dal punto di vista delle istruzioni date alla macchina è molto complesso. Gli americani esprimono tutto questo dicendo che “what you see is what you get”, “quel che vedi è quello che ottieni”. Noi non sappiamo cosa sia successo “dietro” all’interfaccia: ci basta sapere che quel clic produce quel risultato. Bene, imparare a conoscere i linguaggi significa capire a cosa corrisponda quel clic: significa sviluppare consapevolezza e, con essa, senso critico.
E arriviamo così all’ultimo significato del coding, un significato emancipatorio. Analisi e sintesi, smontare e rimontare, sono da sempre le operazioni-chiave del pensiero occidentale. Impararle significa emanciparsi dal rischio di essere controllati. Questo vale anche nel mondo dei media digitali, un mondo nel quale come dicevamo spesso rinunciamo al controllo in cambio della facilità. Certo, se all’impaginazione del mio testo ci pensa il programma da solo, per me è più comodo, ma in questo modo mi sto adeguando alle scelte che il programma ha fatto al mio posto. Conoscere il codice vuol dire, invece, poter fare diversamente.

A queste istanze – smontare i messaggi, pensare autonomamente – sono legati i temi della cittadinanza attiva e del media-attivismo. Il valore ultimo del coding sta proprio in questo suo potenziale educativo: fare coding significa sviluppare la lifeskill del pensiero critico, significa fare Media Education.

Monday, October 26, 2015

Condizione postmediale e Media Education


E' di recente uscito per i tipi dell'Editrice La Scuola di Brescia un bel libro di Ruggero Eugeni, La condizione postmediale. La tesi di Ruggero è semplice: i media, come li conosciamo da sempre, i media-apparati, i media-dispositivi, stanno scomparendo, anzi, forse sono già scomparsi. In che senso? Nel senso che essi sembrano andare soggetti a tre processi che li dissolvono nella loro natura di media. In primo luogo si naturalizzano: entrano nelle cose (Internet of the things), le ibridano, mescolano naturale e artificiale, scompaiono dietro gli oggetti, divengono tutt'uno con le nostre vite e quel che le circonda. In secondo luogo si soggettivizzano: divengono il prolungamento dei nostri sguardi, come le webcam diffuse sul territorio, come le videocamere per la telesorveglianza, con i Google-glasses e tutto ciò che fa riferimento alla realtà aumentata. Infine essi entrano a costitutire i processi di socializzazione, come accade per i videogames e tutto quel che alimenta oggi gli apprendimento informali.
Il tema - la scomparsa dei media e le sue conseguenze - è stato al centro la scorsa settimana di una seminario di studi che ho organizzato in Università Cattolica. Il titolo - Re-thinking Media Education - intendeva appunto suggerire la necessità di ripensare la Media Education a partire dalla profonda trasformazione che i media hanno subito e stanno subendo nella condizione postmediale.
Nel mio intervento ho provato a problematizzare la questione osservando come, in fondo, il nostro modo di pensare la Media Education e la sua metodologia sia rimasto lo stesso, mentre invece le esperienze di Media Education sono molto diverse e dicono di un'apertura e di un cambiamento. Cosa intendo dire? Intendo dire che la centralità della scuola e il metodo dell'analisi dominano ancora largamente le nostre rappresentazioni della Media Education, mentre invece le esperienze sono molto diversificate e comprendono: i servizi bibliotecari, l'educazione 0-3, il giornalismo, l'opinione pubblica, il well-being.
In quest'ultima direzione si sono iscritte le comunicazioni di ricerca e di esperienze di Alessandra Carenzio e Simona Ferrari (del CREMIT) sulla Media Education per la prevenzione o l'intervento socio-educativo e di Paivi Rasi, della Lapland University, sulla Media Education in età anziana.
Al dibattito hanno partecipato studiosi italiani e stranieri, tra cui Pier Giuseppe Rossi, dell'Università di Macerata, che ha puntato l'attenzione sull'educare con i media, riflettendo su come oggi si debba passare dalle tecnologie come tecniche alle tecnologie come logiche.
Indicazioni emerse dalla giornata:
- le pratiche dicono che il campo della Media Education si sta allargando;
- l'attenzione si sta spostando dalla centralità della tecnologia alla centralità delle pratiche;
- va sviluppata un'attenzione ecologica (come ricordato da Farnè in mattinata), ovvero considerare i media come parte di un più ampio contesto in cui sono inseriti.
Occorrerà riprendere il dibattito.

Sunday, September 13, 2015

Il deserto, la fede e la storia


1. Malpensa. Il solito gioco delle sensazioni che conosco, la solita voglia di non partire quando arriva il momento. Le cose da fare, gli affetti di cui ti accorgi solo quando devi abbandonarli, anche se per pochi giorni. Il pomeriggio mi riserva in prospettiva un’attesa di oltre quattro ore a Francoforte e l’arrivo ad Amman a notte fonda. Ammazzo il tempo con un libro di John Williams che racconta la storia di un rampollo della Boston bene che viaggia verso Ovest per mettersi sulle piste dei bisonti (e di se stesso). Williams mi ha appena affascinato con il suo capolavoro, Stoner. Anche le prime pagine di Butcher’s Crossing promettono bene. Tocco il letto quasi alle quattro di mattina. Appuntamento alle 9.00. Destinazione Jerash.

2. L’antica Gerasa, al massimo del suo splendore, nel secondo secolo, è una città di 30.000 abitanti, con un’arena che contiene 15.000 spettatori e due teatri. Uno dei centri più importanti della Provincia Araba, insieme a Petra e a Palmira. Si entra passando sotto l’imponente arco di Traiano, si sbuca nella stupefacente piazza ovale. Poi si percorre il cardo massimo fino quasi alla porta nord della città: qui si visita il teatro minore, perfettamente conservato. Poi, attraversato il tempio di Artemide si torna verso la parte sud della città, il teatro maggiore, il tempio di Zeus. Mentre sudiamo sotto il sole di mezzogiorno, il gioco dei pensieri mi suggerisce spunti sparsi. Quel che si visita – che già così è di sicuro uno dei siti archeologici romani più straordinari che io abbia mai visto – è solo il 25% della città. Il resto giace… sotto la moderna città di Jerash, cresciuta dentro il parco archeologico. Storie già viste anche a casa nostra. Intanto un migliaio di chilometri più a nord Palmira rischia di scomparire per mano dei guerriglieri neri dell’ISIS. Angelo e bestia, l’uomo da sempre è bravissimo a dare il meglio e il peggio di sé. La religione non c’entra.



3. La cena ci riserva il piatto nazionale giordano in un ristorante tipico di Amman. Il mansaf è agnello cotto nello yogurt. Viene servito appoggiato sopra un letto di riso con le mandorle e i pinoli: a piacere ci si può versare sopra lo yogurt. Il sapore è forte, deciso, reso tale ancora di più dallo yogurt che durante la cottura ha fatto propri sapore e odore dell’agnello che enfatizzano l’acidità del caglio. Lo accompagno con un bicchiere di limonata alla menta. Il caffè arabo, fatto bollire nella caratteristica cuccuma con abbondante cardamomo, chiude il pasto: lo prendo due volte, poi faccio oscillare la tazza, è il segnale che sono a posto.

4. Il Giordano ai tempi di Gesù era largo sessanta metri. Oggi è un rigagnolo che disegna le sue curve all’interno della zona militare che contiene la frontiera tra Israele e la Giordania. Dalla parte Giordana ci si arriva lasciando le auto al Visitors Center: proseguendo con il minibus si entra nella zona militare, poi si prosegue a piedi. Il caldo è infernale, sfiora i 43 gradi con una umidità incredibile. Il percorso di visita si distende lungo una passerella coperta da tende, ma serve a poco. Sembra che mi abbiano tirato addosso un secchio d’acqua. Dopo due soste in cui la nostra guida ci spiega qualcosa di questa incredibile area monumentale entro cui sorgono almeno una ventina di chiese di epoche e riti diversi, arriviamo al punto esatto in cui gli studiosi hanno stabilito che Gesù sia stato battezzato da Giovanni. Quattro pietre e una pozza d’acqua lo delimitano. L’emozione è grande. Ed è stridente il contrasto tra il luogo e i soldati che presidiano la zona. Scendiamo fino al punto in cui i due Paesi non sono separati che dal Giordano: cinque metri più in là, al di là di quel piccolo fosso, c’è Israele. Ci sediamo. Sull’altra riva dei sacerdoti cattolici stanno accompagnando un pellegrinaggio; pochi metri più in là, un Pope con il camice bianco addosso canta il suo rito mentre i suoi fedeli, anche loro in camice bianco, gli rispondono prima di scendere e bagnarsi nell’aqua. Con noi c’è un pastore battista della North Carolina. Mentre risaliamo, commento con lui che mi sarebbe piaciuto incontrare Gesù in questi luoghi ai suoi tempi. “Ma tu lo hai incontrato per forza se sei credente. Io l’ho incontrato e ha cambiato la mia vita!”. “Yes Pastor, you’re right. He’s not someone to read about in a book, is someone to meet”. Il pastore viene tutti gli anni da queste parti. La sua chiesa sostiene una piccola comunità di Curdi in Turchia: sarà lì la settimana successiva. Lo saluto con affetto. “God bless you” mi dice sorridendo.


5. Il pomeriggio ci si trasferisce a Petra. Di strada c’è il tempo di una puntata al castello di Shabak: ne rimangono i possenti contrafforti, il villaggio che racchiudeva è ormai completamente diroccato. Tutto intorno, a 360 gradi, sabbia e arbusti a perdita d’occhio. Siamo sulla via che portava i pellegrini alla Mecca: il castello aveva funzioni di protezione e ristoro. Riprendiamo la strada e prima di arrivare a Petra ci fermiamo nell’antico villaggio di Dana. All’imboccatura di un Wadi, di una valle, che ospita oggi una importante riserva naturale, il villaggio è fatto di case di pietra, antiche cinquecento anni. In un gruppo di esse è ricavato un piccolo albergo, il Tower Hotel. Entriamo. Il proprietario è parte del clan dei Noawli, la tribù della Wadi Musa cui appartiene il nostro amico Uahil. Ci servono tè alla menta che sorseggiamo su una terrazza mentre il sole si spegne. Tutto intorno è silenzio. Sarà una cifra di questo viaggio.



6. Sono a Petra dopo pochi mesi dall’ultima visita. Questa volta, però, non è la tormenta di neve ad accoglierci, ma sono i 40 gradi della fine estate giordana. L’area archeologica è immensa: ospita 3500 giacimenti monumentali e si stima che molto sia ancora sotto la sabbia. Il visitatore, attraversato il sik, la gola che introduce alla città, e smaltita appena l’emozione prodotta dalla vista del Tesoro – il monumento più famoso di Petra – vede aprirsi davanti a sé uno spazio metafisico creato dalla perfetta compenetrazione delle piramidi di calcare di cui il territorio è costituito con l’opera dei Nabatei, di cui Petra era la capitale. La visita è insieme un’esperienza di trekking, un viaggio nell’arte e un’avventura per lo spirito. I cammelli e gli asini dei beduini ti vengono offerti ogni momento per alleviare la fatica. Rinunciamo e risaliamo a piedi tutta l’area degli scavi fino al suo estremo dove, dopo un’ascesa impegnativa scandita da più di ottocento gradini scavati nella pietra, si sbuca su uno spiazzo. Voltandosi indietro ci si accorge di essere nell’area antistante il Monastero, l’altro monumento simbolo di Petra. Le alture di fronte promettono panorami da sogno. Decidiamo di fare l’ultimo sforzo. E ne vale la pena. Ci ritroviamo su un pianerottolo calcareo sospeso a strapiombo sulla Wadi Araba. All’orizzonte si staglia il monte sulla cui cima brilla il bianco della tomba di Aronne. In fondo, lontano, la valle del Giordano che risale verso il Mar Morto. Il paesaggio è mozzafiato. Rimango a guardare in direzione della tomba del Patriarca. Per arrivarci occorrono sei ore di cammino. Chi ci va, poi, di solito rimane a dormire al campo sul luogo della sepoltura. Penso che dovrò tornare in Giordania anche solo per questo.



7. La mattina del giorno dopo ci immergiamo nel calore e nella vivacità di Aqaba. Mentre ci si arriva, percorrendo l’ultimo tratto in discesa della Desert Highway, se ne apprezza la meravigliosa posizione, tra l’Arabia Saudita da una parte, la città di Eilat in Israele dall’altra e l’inizio della penisola del Sinai che diventa presto Egitto. Prendiamo un caffè fatto bollire nella sabbia secondo la tradizione. Il sapore forte del cardamomo ci accompagna verso il suk. Prendiamo un succo di frutta fresca seduti all’incrocio di una trafficatissima strada: gli odori della verdura e delle spezie si mischiano al colore della gente. Tutto è allegro, vivo. Riprendiamo l’auto e scendiamo verso le spiagge a sud della città. Siamo a pochi chilometri dalla frontiera con l’Arabia Saudita. Troviamo una spiaggia pubblica. Il tempo di rimanere in costume e le acque limpide del Mar Rosso ci accolgono.  Svariano dal verde all’azzurro intenso. Basta mettere la testa sott’acqua e un acquario di mille colori prende forma. Riemergiamo, ci lasciamo asciugare dal vento caldo e dal sole. Poi via verso il Wadi Rum.

8. Il deserto del Wadi Rum occupa la parte sud-est della Giordania, un mare di sabbia e torri di roccia scolpite dall’erosione. Lo si attraversa a bordo dei pick-up dei beduini che scivolano sulla sabbia leggeri, come moderni cammelli. Più ti addentri nel deserto e più ti senti immerso in un silenzio sovrumano. Lentamente vengono meno i riferimenti spaziali, ti accorgi che potresti essere ovunque. Le piste si intravedono soltanto: fai fatica a capire come i beduini le lascino e le trovino con facilità estrema muovendosi nel nulla come se una mappa invisibile li accompagnasse. “Sono nati qui, conoscono ogni palmo del deserto!”. Uahil come sempre in modo lapidario ci fornisce la spiegazione. La giornata passa tra una sosta e l’altra: ora osserviamo un paesaggio, ora ci arrampichiamo su una roccia. Il pranzo veloce in una tenda beduina ci serve da ristoro. Poi via fino al tramonto che andiamo a salutare da un’altura. La notte riposiamo in un accampamento speciale: un vero e proprio resort ricavato da tende beduine in un angolo protetto da una conca naturale di rocce. Il cielo è incredibile: non ricordo di aver mai visto tante stelle e il tracciato della Via Lattea così nitidamente. Si rimane attorno al fuoco, sulle stuoie, con lo sguardo verso l’alto. Il silenzio riempie il tempo. Penso al pastore errante nell’Asia di Leopardi.




9. Madaba ci accoglie come ultima tappa del viaggio. È la città giordana con il maggior numero di cristiani. E con una tradizione antichissima legata al mosaico. Prima di conoscere la decadenza in epoca ottomana, la città era stata un importante centro prima romano e poi bizantino. Ancora oggi splendidi mosaici pavimentali si trovano un po’ dappertutto e non è raro accedere agli scavi di una chiesa attraverso una bottega o una casa privata, come nel caso della chiesa dei Santi Martiri. Tra questi mosaici il più famoso è di sicuro quello che si trova nella chiesa di San Giorgio e che riproduce la mappa della Palestina. L’abbiamo presente quando nel pomeriggio facciamo visita al memoriale di Mosè sul Monte Nevo. Qui la tradizione dice che dopo la liberazione dall’Egitto e il lungo viaggio che ne conseguì, Mosè sia morto gettando lo sguardo sulla Terra Promessa. La vista è suggestiva e per la seconda volta dopo la visita al luogo del Battesimo sul Giordano mi prende una fortissima emozione. È l’emozione tutta particolare che nasce quando la fede incontra la storia. Rimango a osservare in direzione di Gerusalemme anche se la città non si vede, come invece accadrebbe in una nitida giornata d’inverno. L’aria è densa e solarizzata, sembriamo avvolti dalla nebbia. Ci spiegano che è polvere: una tempesta di sabbia dall’Iraq si sta spostando verso il Libano e queste ne sono le conseguenze. Il giorno dopo andando verso l’aeroporto la polvere è ancora più fitta. Decolliamo e dopo qualche minuto l’azzurro del cielo torna ad avvolgerci.



Friday, March 6, 2015

Children Television e Scuola


Il 3 marzo scorso, in Università Cattolica, Piermarco Aroldi ha presentato una bella ricerca di OssCom sul valore della Children Television in Italia oggi. Mi è stato chiesto di intervenire, in sede di tavola rotonda, a commentare i dati della ricerca. L'ho fatto lasciandomi interrogare dal tema dal punto di vista della scuola. E quindi, mettendomi nei panni dell'insegnante, mi sono chiesto: "Se io fossi un insegnante, cosa mi aspetterei dalla Children Television? Quale vorrei che fosse per me il suo valore?". Mi sono risposto a tre livelli.

1. Anzitutto vorrei collaborazione. Nella tradizione internazionale della Media Education da sempre uno dei punti di forza del lavoro educativo con i bambini, con i ragazzi, è il coinvolgimento dei professionisti dei media. l'insegnante non basta. Lo dimostrano da anni (oserei dire, da decenni) iniziative di grande successo come La semaine de la presse dans l'ecòle in Francia, o il progetto Periodista por un dìa in Argentina; ma anche negli USA la collaborazione è cosa ordinaria, fa parte della deontologia professionale del giornalista, del professionista dei media. Qui si può aprire un primo spazio, un primo piccolo cantiere: cosa vorrebbe dire per la televisione dell'infanzia incontrare la scuola? Non sporadicamente, ma in una logica di continuità.

2. In secondo luogo vorrei integrazione. La Children Television è un importante elemento del tempo libero dei bambini, è uno degli elementi che contribuiscono a riempirne gli spazi e i tempi informali. Oggi, la distanza di questi spazi e tempi da quelli formali della scuola è una delle ragioni del ritardo, della fatica, degli insuccessi con cui la scuola prova a parlare alle giovani generazioni. Occorre riavvicinare questi due mondi. Occorre ripensare la mission della scuola a partire da linguaggi condivisi. La Children Television potrebbe essere una delle passerelle da lanciare tra questi mondi. Come si può fare? Si tratta di un secondo piccolo cantiere da aprire.

3. Da ultimo mi piacerebbe che la Children Television facesse qualcosa sul piano della autorialità. Lo chiederei in due direzioni. La prima è quella della transmedialità. Mi piacerebbe che la televisione producesse sempre meno per la... televisione, ma per il secondo, il terzo, il quarto schermo... Ovvero: prodotti sempre più transmediali in grado di essere presenti anche sui dispositivi mobili . La seconda direzione è quella che porta all'editoria scolastica. Il digitale, la rivoluzione del digitale, non ha prodotto grandi pensate da parte degli editori. I formati sono tradizionali, non originali. C'è crisi di idee. Non potrebbero gli autori della Children Television immaginare dei formati in grado di rilanciare la partita? Non potrebbe l'educational televisivo suggerire qualche idea all'editoria scolastica? Anzi: allearsi con essa per costruire delle repository transmediali di contenuti audiovisivi di qualità da utilizzare in scuola? Terzo cantiere. Li facciamo partire?

Sunday, March 1, 2015

Vino nuovo, otri vecchi?


1. Nel 1993, Gianfranco Bettetini e Fausto Colombo curano un libro il cui titolo - Le nuove tecnologie della comunicazione - a distanza di vent'anni andrebbe aggiornato. Si parlava, in quel libro, di memorie ottiche, di satelliti a trasmissione diretta, del computer. Nel frattempo si sono diffusi il Web e i cellulari, gli smartphone e i tablet, il cloud e il social network. Insomma: un altro mondo. Quel che però, in quel libro, era interessante (e rimane valido) è il criterio di classificazione in base al quale i due studiosi organizzavano le nuove tecnologie in tecnologie di rappresentazione, di comunicazione, di conoscenza. In buona sostanza, ciascuna delle tre categorie metteva in forma una funzione-base: costruire immagini, allestire mondi (rappresentare); produrre messaggi, dialogare (comunicare); archiviare e organizzare le informazioni, gestirle efficacemente (conoscere).

2. La prima stagione di Internet, quella che proprio lungo gli anni '90 del secolo scorso conosce la sua affermazione, era costruita sostanzialmente attorno a tre tipi di applicativo (e di esperienza): i siti Web, le IRC, i Newsgroup.  Il sito Web (il mio primo sito Web risale al 1994, era in Geocities di Yahoo, precisamente in Atene) serviva per rappresentare e rappresentarsi. Nei Newsgroups si chiedevano informazioni, si costruiva conoscenza, si organizzavano gruppi e comunità attorno agli interessi e ai bisogni delle persone. Infine, nelle IRC (Internet Relay Chat), si comunicava; una comunicazione spesso consegnata al divertimento del fake, della simulazione.

3. Oggi, da un certo punto di vista, il discorso regge ancora. In che senso? Nel senso che i tre verbi continuano a funzionare. Pensiamo a Facebook e alla deriva dei suoi usi sociali che lo stanno rendendo un ambiente sempre più generalista, sempre più "vetrina": spazio di rappresentazione (di sé, del Sé, di un gruppo o di un'istituzione) più diffuso, Facebook soppianta il sito, più istituzionale, più ufficiale. Pensiamo a WhatsApp e a come esso serva a raccogliere microgruppi di affinità che in esso si aggiornano, si tengono in contatto, si scambiano informazioni, pianificano eventi, gestiscono appuntamenti, soddisfano un bisogno di contatto. Ma anche ad Ask.fm, il cui carattere anonimo riproduce (anche se con segno ben diverso) le situazioni basate sul fake di IRC. Infine ragioniamo su Dropbox, su Drive, sui mille applicativi che servono a gestire la nostra conoscenza. Non c'è dubbio, la classificazione tiene.

4. Questa sintetica riflessione mi consente due ordini di considerazioni, emerse in chiusura di una bella giornata di lavoro con operatori della prevenzione sulla Cyberstupidity.
La prima. Un conto è parlare di strumenti, altro di logiche. Il 2.0 identifica sicuramente degli strumenti (Facebook, Twitter, ecc.), ma soprattutto delle logiche di comunicazione (orizzontale, dal basso, informale, interattiva, ecc.). Occorre non confondere. Altrimenti mi convinco che aprire un profilo in Facebook consenta al mio servizio di essere 2.0. Il classico vino nuovo in otri vecchie.
Seconda considerazione. Gli adulti, in particolare educatori, insegnanti, operatori della prevenzione, si sentono angosciati dall'incapacità di essere aggiornati in tempo reale sugli applicativi del momento. Come si fa? Ne escono sempre di nuovi? Non si fa in tempo a conoscerne uno che è già superato... Qui ragionare su ciò che è costante aiuta. Conoscere, comunicare, rappresentare: la continuità nella differenza. Questo è quello che pesa in favore dell'adulto: la capacità di ragionare sulle invarianti. Occorre partire da qui per provare ad accorciare il gap con le giovani generazioni.
Il mio gruppo di ricerca al CREMIT e gli amici di Contorno Viola hanno provato a farlo pensando a una metodologia di prevenzione basata sulla Peer Education e sulla Media Education: la Peer&Media Education. Abbiamo consegnato le nostre riflessioni a un libro, Il tunnel e il kayak. Il nostro laboratorio rimane un cantiere aperto.

Monday, February 23, 2015

Schuai Schuai


1. 17 febbraio. In partenza da Malpensa sembra di essere in un suk. Gente che si muove avanti e indietro, bambini che corrono e saltano sui sedili. Le hostess della Egypt Air sembrano abituate. Una signora piange disperata. Capiamo dopo un po’ che non le hanno dato il posto di fianco al marito. Sorridiamo. Mentre tutti si sistemano vedo intorno a me donne che nel velo sembrano imprigionate, perdono ogni femminilità; altre in compenso proprio grazie al velo sono bellissime. Al Cairo il transito è laborioso. Cominciamo a fare i conti con le misure di sicurezza. Una giovane giordana è spazientita. Ci si rivolge in inglese, poi capisce che siamo italiani: “Ho avuto un marito italiano” – ci dice. Non osiamo chiedere oltre. Ad Amman ci aspetta Uahil, il nostro uomo in Giordania. Scambiamo due parole presentandoci. Poi, andando alla macchina, chiedo dell’ISIS, della situazione del Paese. Lui sorride: “Gente che ha giocato troppo con i videogiochi, hanno perso il senso della realtà”. Lungo l’autostrada che porta ad Amman c’è molta polizia. Chiedo se è normale: “Qui siamo molto sicuri”. Arriviamo in albergo. L’accesso alla rampa della hall è bloccato da dei dissuasori. Arriva il guardiano con un metal detector: ispeziona l’auto. Un altro metal detector all’ingresso scannerizza noi e le nostre valigie. “Questo lo dobbiamo a Bin Laden e all’ISIS”, dice Uahil sorridendo, “ma dopo un po’ ti ci abitui”. E infatti nei giorni successivi ci faremo l’abitudine anche noi. Salgo in camera e penso a cosa sarebbe il Medio Oriente se lo si potesse attraversare in libertà.


2. 18 febbraio. La cittadella di Amman è il luogo della città dove meglio si leggono le stratificazioni urbanistiche e di cultura che hanno caratterizzato la storia del Paese. Sulla stessa collina, su insediamenti neolitici si sono sovrapposte la città romana (di cui ancora oggi si apprezzano resti delle colonne e il perimetro del Tempio di Ercole), quella bizantina e quella Ommaiade. Dalla cittadella la vista spazia dai quartieri palestinesi – case basse, tutte bianche, cresciute l’una sull’altra a occupare ogni spazio libero – ai grattacieli che stanno ridisegnando la skyline della città moderna. Usciti dalla cittadella, Uahil contratta con un taxista sul prezzo della corsa: “Dodici!”, “Dieci!”, “Otto!”, “Cinque!”, “Mashi”, “Mashi”. Ci tuffiamo nel traffico congestionato. Tappa nel mall vicino al nostro albergo. Le stesse firme dei nostri centri commerciali: di strada siamo anche passati davanti all’IKEA. La globalizzazione. Si prende un caffè. Ho il torto di provare a pagare: il cassiere rimane imbarazzato e non prende i miei soldi. Uahil mi spiega che noi siamo ospiti e che se provo a pagare lo discredito. Gli chiedo scusa. Ci sediamo e il discorso cade spontaneamente sulla regina Rania. Ci accorgiamo che in Giordania non gode della stessa stima di cui gode a livello internazionale. È palestinese. E i Giordani si ricordano ancora la guerra che qui si combattè dal settembre nero del 1970 fino al luglio del 1971. Uahil ci racconta di aver perso un cugino, ucciso in strada dai palestinesi a diciotto anni. Qui in Giordania, tra palestinesi ed ebrei non hanno dubbi: meglio i secondi. E capisco che veramente il groviglio del Medio Oriente è difficilmente districabile, che noi occidentali non facciamo distinzioni: sono tutti islamici e tutti arabi, per noi. E invece occorrerebbe capire. “Noi e gli ebrei siamo figli dello stesso padre, ma abbiamo due madri diverse”, chiosa Uahil alludendo alla comune genealogia da Abramo. Rientriamo in albergo.

3.  Lunch presso la residenza del nostro Ambasciatore insieme ai partner giordani con cui stiamo per avviare una ricerca nelle scuole giordane su rappresentazione e usi dei media digitali, sia da parte degli insegnanti che da parte degli studenti. L’ipotesi è di associare al meeting in cui socializzeremo i dati (in autunno) un seminario di studi sulle tecnologie didattiche tra esperti giordani e italiani. Il nostro Ambasciatore è squisito: ottimo ospite, grande conversatore. Veniamo avvisati che domani nevicherà e che Amman sarà paralizzata. Ci consigliano di anticipare la visita a una delle scuole della ricerca per partire subito alla volta di Petra. Curioso. Di solito si associano all’immagine del Medio Oriente il caldo e il sole: e invece – come mi è già successo in Libano – si può rimanere sotto una fitta nevicata. Speriamo bene.


4. Cena in un ristorante tipico, fuori dei circuiti turistici. Scegli il tuo pesce, lo tolgono dalla vasca, lo cucinano sulla brace, poi lo servono in tavola in un piatto da portata che sta al centro del tavolo. Insieme arrivano pane pita appena sfornato, insalata, salsa, grandi limoni e arance tagliati a pezzi. Con le mani, aiutandosi con il pane, tutti mangiano il pesce dallo stesso piatto. Un tè molto forte a fine pasto segna il congedo da quello che oltre che un incontro con sapori straordinari è stato un bellissimo momento di convivialità. Ci spostiamo nel retrobottega. Ci accoglie un ambiente pieno di gente: la vasca dei pesci, la brace in fondo, il forno del pane. Tutti parlano, alcuni lavorano, clienti si scelgono i loro pesci. In un angolo il proprietario del locale ci invita ad assaggiare una crema a base di semola cosparsa di cannella. Ospitalità, sorrisi, grande umanità. Usciamo. Tira un vento gelido. Fatti pochi passi ci imbattiamo in una friggitoria. I felafel – polpette a base di farina di ceci - escono caldi e asciutti dall’olio bollente. Un signore che ne ha comprati ce li offre. Siamo sazi ma non resistiamo. Ne prendiamo una scatola. Ci avviamo all’albergo mentre li finiamo.


5. 19 febbraio. In viaggio da Amman a Petra usciamo dalla Desert Highway per arrivare fino a Im Ar Rassas, sito che è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il tempo necessario per ammirare il pavimento a mosaico della chiesa bizantina: semplicemente meraviglioso. Archi di pietra e il perimetro delle case affiorano qua e là nell’area dell’antica città fortificata a pianta rettangolare. Un luogo di grande fascino e bellezza. Ripartiamo per Petra dove arriviamo giusto il tempo per mangiare la tradizionale Macluba: un letto di riso e patate speziati con pollo. In serata si attende la neve. Incontriamo in albergo il dirigente della scuola che dovevamo visitare e che è rimasta chiusa per ordinanza ministeriale. La visiteremo domenica mattina. Poi Uahil ci accompagna alla Piccola Petra: il sito più antico dell’insediamento Nabateo che ha dato origine alla città. Paesaggio lunare e il miracolo dei palazzi di pietra rosa che escono dalla roccia. Siamo immersi in un silenzio surreale. Si può ascoltare il rumore del vento: ti viene quasi da trattenere il respiro. "Questa è Terra Santa" ci ricorda Uahil. Tre beduini sorseggiano un tè. “Salam”.




6. 20 febbraio. Dopo una notte passata al gelo ci svegliamo sotto una fitta nevicata. Si decide di visitare comunque Petra. Usciamo in una vera e propria tormenta. Solo imboccato il Sich (il taglio), ovvero il sentiero che tra le rocce, nello Wahdi, conduce all'antica città, capitale dei Nabatei, il vento cala e ci viene data la possibilità di gustare la miracolosa particolarità del luogo. Lungo le pareti di pietra rosa due canali scavati nella roccia, uno per le acque chiare l’altro per quelle di scolo, suggeriscono il livello cui questa popolazione era giunta nelle sue conoscenze ingegneristiche. All’improvviso, il sentiero si apre e lascia ammirare in tutta la sua bellezza il Tesoro, l’edificio più famoso dell’area archeologica, così chiamato perché si pensava contenesse i tesori dei Nabatei. Le colonne, i capitelli, il fregio del timpano scavati e cesellati nella roccia sono realmente una meraviglia da togliere il fiato. I testi dicono che i Nabatei erano di cultura aramaica e che, venuti a contatto con i Greci e i Romani, ne appresero la sapienza architettonica. Ma non è sufficiente a spiegare un simile miracolo. Purtroppo non si può procedere oltre: l’area archeologica è limitata alla visita a causa del tempo. Si temono frane e formazione di torrenti d'acqua. Al di là di questo l'area archeologica è talmente vasta che andare a recuperare i turisti in difficoltà sarebbe realmente troppo complicato. Ripercorso il sich entriamo in una sepoltura sul lato del sentiero. Da dentro il paesaggio che si gode è incredibile. Rientriamo in albergo.



7. 21 febbraio. Piove. Torniamo in auto verso l’ingresso della Piccola Petra. L’acqua scende in piccoli torrenti portandosi dietro sabbia e pietre. Uahil ci spiega che al di là delle alture che stiamo attraversando si scende verso la Palestina. Ci fermiamo. Uahil chiama due piccoli beduini che giocano fuori da una grande tenda. Chiede se possiamo prendere qualcosa di caldo da loro. Ci dicono di seguirli. Fuori della tenda gli adulti ci danno il benvenuto. Entriamo da una piccola imboccatura tenuta sollevata per consentire il passaggio. Dentro, la tenda è molto povera. Si stanno scaldando al fuoco. Odore acre di fumo dappertutto. Notiamo che non piove. Il merito è delle pelli di capra di cui è fatta la tenda: bagnate, le fibre si addensano e le rendono impermeabili; asciutte, d’estate, si dilatano per far circolare l’aria. Saranno su per giù una ventina: i nonni, i figli e i loro nipoti. I bambini sono bellissimi: ci scrutano perché certo dobbiamo sembrare loro molto strani nei nostri vestiti. Ci offrono del tè beduino: denso, molto dolce. Lo avevo già preso da un cammelliere nel deserto del Sinai, anni addietro. Ci accucciamo davanti al fuoco godendo di questa ospitalità semplice. Si ascolta il rumore della pioggia ipnotizzati dal fuoco. Li salutiamo e torniamo alla macchina. Se ti abitui a questi ritmi, a questi rituali, agli odori e ai sapori, la vita di questi popoli non può che affascinarti. Come ti affascina la loro gentilezza, i silenzi che li abitano, gli sguardi intensi e i sorrisi che rivelano una saggezza antica. 



8. 22 febbraio. Il sole, finalmente. Esco e faccio quattro passi prima di colazione. Kalhil ci aspetta per farci visitare la sua scuola. Nel sistema di istruzione giordano ci sono sei anni di primaria, quattro di secondaria di primo grado e due di secondaria di secondo grado. La scuola di Kalhil è una secondaria. Ci aspetta insieme a due dei suoi figli. Entriamo. L’edificio è spazioso, così come le aule. Ma quel che sorprende è l’incredibile stato degli arredi e la totale mancanza di strumentazione se si eccettuano i laboratori informatici e l’aula con la LIM. Tutto molto vecchio. Commuove l’orgoglio di Kahlil nel mostrare il poco che ha: vuole che mi sieda al suo posto, in direzione, mi scatta una fotografia. Ci guardiamo stupiti e ci chiediamo che scuola ci abbia descritto in Ambasciata la nostra partner nella ricerca. Ci lasciamo con la promessa di fare qualcosa per loro. Saliamo ancora una volta verso la Piccola Petra. Alì, uno dei piccoli beduini che ci hanno ospitato il giorno prima nella loro tenda, ci guida lungo il sich. Al fondo una scala ricavata nella roccia sale fino a un belvedere naturale dove Aid vende i suoi prodotti di artigianato. Si contratta. Soddisfatti scendiamo verso l’auto dove Uahil ci aspetta. Torniamo verso Madaba, dove pernotteremo, passando per la strada che scende alla Wahdi Araba e immette  nella valle del Giordano. La strada è chiusa perché per lunghi tratti è priva di asfalto e difficilmente transitabile. La percorriamo comunque e ne vale davvero la pena. Nella traversata dai 1600 metri fino al livello del mare, si aprono paesaggi incredibili, che cambiano a ogni tornante. Il cielo blu cobalto contrasta con il colore della roccia che varia dal bruno, al rosso, all’ocra, al verde. Un miracolo della natura, uno spettacolo da togliere il fiato. Di strada solo qualche beduino, capre e cammelli inerpicati alla ricerca di qualche arbusto. Entrati nella Wahdi Araba il deserto a perdita d’occhio è punteggiato di tende beduine e di improvvise chiazze di verde. Poi, man mano che si scende verso il Mar Morto, compaiono le coltivazioni: pomodori, soprattutto, che i bambini e le donne vendono ai lati della camionabile che sale da Aqaba. Giunti al Mar Morto troviamo il tempo per immergerci nelle sue acque tiepide e salatissime, poi via verso Madaba. A cena Uahil ci racconta che da bambino imparò a leggere e a scrivere tardi, in quinta classe. Il merito fu di sua sorella che passò un’intera estate a insegnarglielo. La sua maestra non lo riteneva intelligente e lo picchiava. Siamo commossi. Rientrati in albergo gli regaliamo la medaglia dell’Università Cattolica che di solito diamo come ricordo ai nostri laureati specialistici. Glielo spiego e gli dico che non tutti gli insegnanti sono cattivi: adesso è lui a essere commosso.





9. 23 febbraio. Schuai schuai in arabo significa "Piano, piano!". Te lo dicono sorridendo. Non è solo un invito alla calma, a prendersela con comodo. E' un'esortazione ad assaporare la vita in tutti i suoi momenti. Me ne ricordo mentre in volo verso Milano scorro mentalmente la mia agenda della settimana: lezioni, corsi di formazione, conferenze, scadenze. Mi torna alla mente una poesia di Nazim Hikmet. Le lascio spazio...

Il più bello dei mari
è quello che non abbiamo navigato.
Il più bello dei nostri figli
ancora non è cresciuto.
I più belli dei nostri giorni 
ancora non li abbiamo vissuti.
E quello 
che di più bello vorrei dirti
ancora non te l'ho detto.